Dopo 2589 giorni la vicenda dell’ex senatore dem Stefano Esposito conosce la parola fine. Ieri le Sezioni Unite civili della Cassazione hanno confermato le sanzioni disciplinari inflitte dal Csm al pm torinese Gianfranco Colace e al gup Lucia Minutella nel caso che ha coinvolto l’ex senatore Stefano Esposito. Una decisione che ha chiuso, almeno sul piano disciplinare, una vicenda già censurata anche dalla Corte costituzionale e che riporta al centro una domanda scomoda: quanto pesa davvero l’errore di un magistrato quando incide su diritti costituzionali?

Colace, il magistrato che aveva disposto e utilizzato intercettazioni nei confronti del parlamentare senza autorizzazione, è stato sanzionato con il trasferimento al Tribunale di Milano, il passaggio alle funzioni civili e la perdita di un anno di anzianità. Minutella ha ricevuto la censura. E qui dobbiamo tornare a parlare della campagna del Riformista contro le querele temerarie e il doppio standard di quelle intentante dai magistrati, perché raccontare questa storia è costato quattro querele ai giornalisti del Foglio. Un dato che oggi, alla luce della pronuncia definitiva, assume un significato diverso: non solo un contenzioso giudiziario, ma un non troppo velato intento dissuasivo verso chi prova a ricostruire e raccontare il funzionamento del potere giudiziario.

Resta un fatto: a fronte di una «grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile», la sanzione si è tradotta in un trasferimento verso un ufficio giudiziario più grande e nel passaggio dal penale al civile. Una scelta che lascia aperte valutazioni, anche sul piano dell’effettiva capacità deterrente del sistema disciplinare. Certo, nel merito si dà ragione – ancora una volta – a Stefano Esposito. E non si tratta di un dettaglio tecnico. La Cassazione ha ribadito un principio costituzionale: le intercettazioni che coinvolgono un parlamentare non possono essere utilizzate senza autorizzazione della Camera di appartenenza.

Nel caso Esposito, la violazione è stata accertata. Il pubblico ministero Gianfranco Colace aveva chiesto il rinvio a giudizio utilizzando intercettazioni prive di autorizzazione parlamentare. Non aveva attivato la procedura prevista dalla legge. Aveva trattato come prove elementi che, per legge, erano inutilizzabili. Il giudice dell’udienza preliminare, Lucia Minutella, aveva disposto il rinvio a giudizio senza verificare la legittimità di quelle intercettazioni. Aveva ignorato l’eccezione di inutilizzabilità sollevata dalla difesa. Aveva rinviato la decisione al dibattimento, anziché assumerla nella sede propria. Per la Corte non si è trattato di un semplice errore interpretativo. La violazione è stata qualificata come grave, frutto di ignoranza e negligenza inescusabili, e lesiva di un bene costituzionale: l’autonomia e l’indipendenza del Parlamento, cioè uno degli equilibri più delicati dello Stato di diritto.  Le intercettazioni erano state immesse nel circuito processuale, ampliandone la diffusione. La vicenda aveva assunto un forte rilievo mediatico, con un effetto diretto sull’immagine della magistratura e sulla percezione pubblica della sua imparzialità. Da qui le sanzioni, differenziate. “Questa vicenda, per me, non è finita. Nei prossimi mesi ne riparleremo. Non posso pubblicare la sentenza perché è oscurata: incredibile. Per i magistrati le sentenze che li riguardano devono essere segrete. Chi avrebbe dovuto garantire il rispetto della legge, l’ha violata. Io e la mia famiglia ci siamo piegati ma non spezzati: Grazie a chi ci è stato sempre vicino, anche quando era scomodo farlo” commenta Esposito.

Avatar photo

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.