Un piccolo giudice di Frosinone ha scritto in una sua sentenza che agli italiani è stato impedito di muoversi dalla propria abitazione, di lavorare, di studiare, di fare impresa, di osservare il proprio culto e insomma di godere dei minimi diritti costituzionali, senza che esistessero le condizioni per impedirglielo: e, soprattutto, che tutto questo è stato fatto per mezzo di un’azione amministrativa che non avrebbe potuto incidere su quei diritti nemmeno se allo stato di emergenza si fosse giunti in modo legittimo. La sentenza del Giudice di Pace di Frosinone si ferma al caso singolo della sanzione elevata ai danni di un cittadino che non è rimasto inerte e l’ha impugnata, ma le ragioni che sorreggono la decisione hanno una portata ben più vasta e descrivono un regime di illegalità che ha implicato la vita di un’intera comunità nazionale.

Non sapremmo intrattenerci (lo faranno i giuristi del ramo) sulla fondatezza e sull’attrezzatura motivazionale della sentenza laziale, ma è abbastanza chiaro che se quel giudice avesse deciso in modo congruo vorrebbe dire che nel giro di qualche settimana e in forza di un potere arbitrario si è registrato in Italia il più grave fatto di regressione civile e democratica da che esiste la Repubblica. Non si vede infatti come altrimenti giudicare il caso di un governo che si abbandona reiteratamente all’abuso del proprio potere comprimendo i diritti elementari dei cittadini e sottoponendo questi a un regime repressivo e sanzionatorio non solo di gravità inaudita, ma oltretutto impiantato sulla base di uno stato emergenziale dichiarato indebitamente. Per carità, esiste anche l’ipotesi che si tratti, al contrario, di vaneggiamenti, o almeno di argomentazioni in realtà friabili, e che dunque quel giudice abbia preso un abbaglio: ce lo diranno, appunto, gli esperti.

Ma almeno qualche sospetto sul fatto che qualcosa non filasse per il verso giusto in una linea esecutiva che acciaccava le libertà costituzionali con strumenti impropri e mandava in sostanziale desuetudine l’equilibrio democratico-rappresentativo, ecco, qualche sospetto di tal natura eversiva c’era eccome: e se non si affermava, se non aveva la forza di diffondersi e di imporsi come la voce della ragione, e anzi passava per noiosa doglianza incapace di capire che il governo lavorava per il nostro bene, ciò era soltanto perché confliggeva con la temperie di riposante conformismo che garantiva l’imperio di quella prepotenza. Un clima tanto mite da far gemmare il capolavoro civile secondo cui in Italia andava tutto bene perché il governo non aveva abolito il diritto di pensare. Vediamo se solo a Frosinone c’è un giudice.