Molti aneddoti sono rimasti sul generale alto come un palo della luce, impettito e formale. Una storiella raccontava di lui che al museo degli impressionisti si informava perplesso: “Picasso? Renoir?”, “No, mon general: c’est un miroir”, no generale è uno specchio. Oppure la celebre battuta di orgoglioso sconforto su come si possa governare un paese che produce più di trecento qualità di formaggio: e l’altra quando gli offrirono la presidenza nel 1958 e qualcuno suggerì di fucilare tutti gli imbecilli: “Vaste programme” commentò scuotendo la testa dopo una breve riflessione.

Forse non è vero nulla, pura leggenda alimentata dal suo sdegnoso esilio nella bella casa di Colombey-Les-Deux-Eglises dove viveva come un austero Cincinnato i pasticci del dopoguerra. Lo odiavano i comunisti, ma ad intermittenza; più di tutti lo detestavano gli americani seguiti dagli inglesi che lo avevano escluso dagli incontri di Yalta. Con i russi aveva un rapporto ambiguo: voleva l’Europa, ma la voleva dall’Atlantico agli Urali, Mosca inclusa. E questo mandava in bestia tutti, salvo i russi. Tenuto sotto stretta osservazione dalla Cia, ne fece una grossa: andò a Mosca per una visita ufficiale e pronunciò un impeccabile discorso in russo. Panico nelle agenzie di intelligence: De Gaulle parla russo e nessuno lo sapeva? Poi emerse la banale verità: il generale aveva imparato a memoria il discorso senza capire che cosa stesse dicendo.

Charles de Gaulle nacque nel 1890 da un padre impegnato in scuole religiose e da quelle scuole passò all’accademia militare, da cui uscì in tempo per combattere con valore la Grande guerra in cui fu ferito. Fu allora che ebbe la preveggenza del nuovo uso dei carri armati. Non era il solo ad essersi accorto che i Tank (letteralmente cisterne su cingoli) avrebbero cambiato tattica e strategia militare. Dello stesso parere erano il tedesco Guderian – invasione della Polonia e poi dell’Unione Sovietica – e il russo Michail Tuchačevskij che a soli 44 anni divenne maresciallo dell’Urss odiato da Stalin che lo chiamava “il nostro aspirante Napoleone”. Tuchačevskij fu arrestato e indotto sotto tortura a confessare crimini diabolici, fra cui quello di essere una spia nazista, che gli valsero un colpo alla nuca e amen.

Per capire il fenomeno de Gaulle è indispensabile accennare a che cosa accadde alla Francia nella Seconda guerra mondiale dove fu coperta da più di un’ombra, fra cui quella di essere stata più zelante dei nazisti nella caccia degli ebrei francesi. Francia e Inghilterra avevano dichiarato guerra a Hitler quando questi invase la Polonia il 1° settembre del 1939, ma non mossero un dito quando Stalin due settimane dopo invase anche lui la Polonia. Dichiarata la guerra, i polacchi scoprirono che i francesi non avevano alcuna voglia di combattere i tedeschi, sicché furono schiacciati. Francesi e inglesi erano formalmente in guerra ma sembrava finta: fu la “Drole de guerre”, o “funny war”, la buffa guerra in cui non succedeva nulla. Poi successe qualcosa, con un colpo di mano Hitler si impossessò della Norvegia ricca di materie prime e malamente difesa dagli inglesi, sicché a Londra chiamarono al numero 10 di Downing Street il veterano primo lord dell’Ammiragliato, Winston Churchill, con sigaro in bocca e bottiglia di whisky in tasca («È raro trovarlo sobrio, ma qualche volta mi riesce» disse di lui il presidente americano Roosevelt).

Poi i tedeschi dilagarono verso sud facendo credere agli anglofrancesi di voler ripetere lo schema di invasione del Belgio nel 1914 e loro pensarono di anticiparli, invadendo per primi le Fiandre. E lì, il colpo di scena: i tedeschi avevano carri talmente giganteschi e pesanti da poter attraversare la foresta delle Ardenne appiattendo gli alberi come sogliole e così spuntarono alle spalle del corpo di spedizione anglofrancese che si era spinto troppo avanti, chiudendolo a tenaglia senza rifornimenti. Fu a Dunkirk, come forse l’avete visto al cinema, che Hitler scelse di non uccidere o catturare i 300 mila soldati inglesi, ma di permettergli di tornare a casa perché sperava in un armistizio con Londra. Ma Churchill rispose ringhiando il suo celebre discorso in cui promise «combatteremo sulle colline e le pianure, sui mari e nei cieli, ma noi non ci arrenderemo mai». Così, i tedeschi dilagarono in Francia, rimisero in piedi il vagone ferroviario in cui i francesi avevano costretto i generali tedeschi a firmare la resa nel 1918, e costrinsero i generaloni francesi a chiedere il cessate il fuoco. E l’ebbero.

Fu allora che l’altissimo generale Charles de Gaulle, disgustato come era nel suo carattere, se ne andò a Londra dove fondò un nucleo di resistenti sostenuto di malavoglia da Churchill, che diventò poi il governo francese in esilio: pochissimi uomini sul campo, ma grande spolvero nazionalista. In Francia non c’era alcuna resistenza perché i comunisti erano convintamente alleati dei nazisti, come prescriveva Stalin che inseguiva Hitler con una pioggia di telegrammi di sfrenate congratulazioni per le sue imprese, pubblicate sulla Pravda.

I comunisti francesi plaudivano gli invasori tedeschi e per questo erano stati messi al bando come traditori, il loro segretario Jacques Duclos aveva i suoi uffici nell’ambasciata sovietica a Parigi dove si recava su una limousine nera scortata dalle SS e sui muri di Parigi comparivano manifesti che davano il benvenuto ai proletari tedeschi in armi, fratelli dei proletari francesi nella guerra contro imperialisti e borghesi. Di qui l’implacabile anticomunismo di De Gaulle. Nel 1958 andarono a supplicarlo affinché accettasse di riscrivere la Costituzione e prendere le redini di una République devastata dalle guerre coloniali, prima in Indocina ed ora in Africa e specialmente in Algeria. Accettò con condiscendenza. Fra le prime iniziative costituì un gruppo di assassini di Stato, i “barbouzes” (vedi il bellissimo film Nikita) e spazzò via gli oppositori di destra, sconfisse i golpisti francesi in Algeria che si erano ribellati sicuri di avere la sua protezione e che si ritrovarono invece in galera o al cimitero. In questa politica De Gaulle seguiva la linea inaugurata da Robespierre e poi da Napoleone, secondo cui lo Stato se deve uccidere, uccide.

Il suo governo si trovò di fronte al cambiamento del mondo negli anni Sessanta e specialmente con la rivoluzione del Joli Mai, il bel mese di maggio delle barricate del 1968 a Parigi di studenti, operai e i nonni dei gilet jaunes. Lui aveva già riconosciuto l’indipendenza all’Algeria con un referendum popolare che portò al rientro in Francia di alcuni milioni di “pieds noir”, ovvero coloni francesi e algerini musulmani che formarono il primo forte nucleo di quei sei milioni di francesi islamici che oggi vivono oggi in Francia. Uscì dalla Nato comandata dagli americani, fu escluso dai principali summit internazionali contro i quali elevava una sorta di modulato ululato: “Viiiiive la Fraaaaaance….”. Era nata una politica gollista autentica cui tutti i suoi eredi da Pompidou in poi attinsero ispirazione e stile.

Tentò una mano di poker contro i contestatori lanciando un referendum che perse malamente. Stizzito, se ne tornò al paese, cioè a Colombey-Les-Deux-Eglises a scrivere memorie, ricevere i suoi veterani e predicare una unificazione europea e russa guidata da Parigi, non da Mosca. Fu dunque un don Quichote esemplare ed ebbe successo nel ricostruire l’onore e l’identità francese perse durante la guerra, quando i partigiani più organizzati e duri contro i tedeschi erano i suoi con la croce di Lorena sul braccio, militari ma anche intellettuali. E ottenne che la Francia fosse trattata come se davvero avesse vinto la guerra, tema su cui si potrebbe discutere a lungo con un buon bicchiere di vino sul tavolo.