La nazione, con la quale la sinistra novecentesca credeva di aver fatto i conti una volta per tutte, è tornata prepotentemente sulla scena. Non si tratta più del vecchio nazionalismo, aggressivo ed espansionista, che ha prodotto le due guerre mondiali. Giustamente Ernesto Galli della Loggia ha sottolineato, in un editoriale sul Corriere, che la nazione è oggi piuttosto un’idea difensiva, esprime una ricerca di protezione, un rifugio dal mondo.  E quindi parla soprattutto ai più deboli, a quella parte di popolazione che si sente messa ai margini dalla globalizzazione e dalla competizione planetaria che essa comporta. Una nazione “introflessa”, insomma, che si nutre dell’ira e produce le spinte di destra che stanno manifestandosi in tutti i paesi democratici, dagli Stati Uniti all’Europa all’India.  Galli ha molte ragioni, ma vorrei provare ad articolare il discorso in modo un po’ diverso.

A lungo si è parlato di stato-nazione, per affermarne la centralità o, più recentemente, per prevederne la rapida fine. Gli stati non sono affatto finiti, ma la nazione si è sciolta dall’endiadi e ha assunto una sua maggiore consistenza. Si tratta, credo, di una consistenza sentimentale. Voglio dire che la nazione è anzitutto un sentimento di identità e di comunità, mentre lo stato è prevalentemente una questione di cittadinanza e di diritti. Da questo punto di vista, certamente, se la sinistra ha sottovalutato il peso di questo sentimento ha sbagliato di grosso: e potrebbe essere uno dei motivi principali della sua crisi in tutto il mondo. Anche se vale la pena ricordare che la sinistra tradizionale non ha sempre fatto quest’errore: se si leggono i discorsi di Togliatti del 45-46, si troverà spesso ricorrere il tema della nazione. Poi però si è confusa la nazione col nazionalismo e, nella lotta con la destra, si è premuto l’acceleratore sull’internazionalismo. Del resto la vicinanza all’Unione Sovietica mal si conciliava con la centralità della nazione. Direi dunque che è stata la guerra fredda, e la conseguente posizione internazionale del Pci, ad appannare l’idea di nazione. Ma, se veniamo all’oggi, ci troviamo di fronte a un quadro del tutto diverso. Oggi il problema è, come si diceva, la globalizzazione, questo movimento potente di modernizzazione e sviluppo che, come già la prima rivoluzione industriale, nel suo corso si lascia dietro miserie e detriti, sconfitti ed emarginati. Di fronte agli aspetti negativi della globalizzazione, il ritorno in campo dell’identità nazionale va preso sul serio, e sarebbe una sciocchezza pensare che esso esprima necessariamente pulsioni di destra.

È vero invece che, più il mondo si allarga, più abbiamo bisogno di riconoscere le nostre radici culturali, di ritrovare la nostra storia. Allora non si tratta di contrapporre la nazione alla globalizzazione, scegliendo la chiusura identitaria o addirittura l’intolleranza (questo, sì, è di destra), né, al contrario, di rinunciare all’identità nazionale per scioglierla in un malinteso multiculturalismo. Come ha scritto il filosofo canadese Charles Taylor, le democrazie hanno bisogno di essere sostenute da un sentimento di comunità, ma questa comunità non è ossificata, non è consegnata al passato o alla nostalgia del passato, ma è in evoluzione, attraverso il pluralismo e il rispetto per identità differenti. Come dire che accogliere con apertura e affetto i bambini di origine straniera non implica che si debba rinunciare a celebrare il Natale; e d’altra parte celebrare il Natale si può fare senza escludere i diversi. Così come la nazione non va identificata con l’etnia, ma si può e si deve aprire a etnie diverse, secondo il grande esempio americano, che neanche Trump riuscirà a snaturare. Credo quindi che si possa e si debba recuperare un’accezione aperta e inclusiva della nazione, anziché lasciarla crescere come una pianta parassita sui territori dell’odio e dell’intolleranza.