Ecco, avevamo lamentato il disinteresse della politica per il tema della detenzione. Riccardo Polidoro, su queste stesse pagine, aveva rivolto un appello ai candidati alle regionali campane affinché inserissero nella loro agenda le misure indispensabili per garantire una vita più dignitosa a chi è recluso. Le sue parole sembravano aver aperto una breccia nel muro di indifferenza che la politica ha innalzato tra sé e il carcere, col deputato Gennaro Migliore che aveva indicato ai colleghi la strada da seguire per umanizzare la detenzione. Come spesso accade, però, una speranza non fa in tempo ad accendersi che subito arriva qualcuno a spegnerla. Quel qualcuno, stavolta, è Matteo Salvini, secondo il quale «i garanti dei detenuti hanno rotto le palle».

Il segretario della Lega si sarebbe fatto sfuggire questa affermazione durante la visita al penitenziario di Secondigliano dove si è recato insieme con alcuni candidati del suo partito alle regionali campane. Tra questi Rosa Capuozzo, ex sindaca grillina di Quarto poi folgorata sulla strada per via Bellerio, che in una nota ha riferito urbi et orbi l’opinione del leader sui garanti dei detenuti. Apriti cielo, ovviamente. Poche ore più tardi lo staff della Capuozzo ha tentato di correggere il tiro chiarendo come la frase incriminata non fosse attribuibile a Salvini. La frittata, intanto, era fatta. Ora, anche nell’ipotesi in cui non sia stata pronunciata dal segretario ma da qualche altro esponente della Lega, quella esternazione segna un enorme passo indietro nel dibattito sulla detenzione in Campania e nel resto d’Italia. E questo per almeno due ordini di motivi. Molti ricorderanno l’evoluzione di cui la pena è stata protagonista nei secoli. In principio fu la concezione retributiva, riassumibile nel classico “chi sbaglia paga”. Successivamente si affermò la teoria generalpreventiva, cioè la logica del “colpirne uno per educarne cento”.

La nostra Costituzione, alla fine, ha accolto un diverso principio, cioè quello per il quale la sanzione penale non può consistere in trattamenti degradanti e deve tendere al reinserimento sociale del reo. Dichiarare che «i garanti hanno rotto le palle», come avrebbe fatto Salvini o qualche altro esponente della Lega, equivale a dire che quelle figure istituzionali non hanno diritto di parola. E che, di conseguenza, non ce l’hanno nemmeno i soggetti che dai garanti sono tutelati, cioè i detenuti e i loro familiari. È evidente, dunque, come certe esternazioni riportino la cultura giuridica indietro di secoli, a uno stadio forse addirittura precedente quello legato alla concezione retributiva della pena. Per la serie “hai sbagliato, adesso paghi e stai pure zitto”. Sostenere che i garanti altro non siano che dei rompiscatole, però, è una barbarie non solo sotto il profilo giuridico, ma soprattutto umano.

È accettabile che una persona, condannata per un reato più o meno grave o detenuta in attesa di giudizio, debba vivere in celle fatiscenti, addirittura prive servizi igienici e acqua calda? Dove sta scritto che un recluso debba condividere una cella insieme con altre 13 persone per poi cercare rifugio negli psicofarmaci o decidere di togliersi la vita? Può passare l’idea che chi si trova in carcere debba silenziosamente accettare condizioni di vita insostenibili per il semplice fatto di aver violato la legge? Anche questa è barbarie perché è il senso di umanità, prima ancora della legge, a imporre che chi ha sbagliato conservi dignità e diritto di parola. Se ne facciano una ragione leghisti, grillini e tutti i forcaioli che infestano la politica di casa nostra. E chi si è lasciato sfuggire quella frase sui garanti, se ne assuma la responsabilità e la smentisca.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.