Celebre dentro e fuori dall’Accademia, Emanuele Severino ha riempito con le sue conferenze sia le piazze fisiche del Festivalfilosofia in Emilia Romagna, che quelle del web, della televisione e della radio. Il filosofo, nato a Brescia nel ’29, mostrò fin dagli anni degli studi universitari a Padova una certa lungimiranza di pensiero, come alunno del prestigioso Almo Collegio Borromeo e discutendo una tesi su Heidegger e la metafisica, sotto la supervisione di Gustavo Bontadini. L’anno successivo alla laurea, nel 1951, ottenne la libera docenza in Filosofia Teoretica, insegnando per i successivi quindici anni all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. I primi libri pubblicati ricalcavano i suoi interessi giovanili: il “Problematicismo” italiano, il rapporto tra Heideggeriani e metafisica, e lo imposero all’attenzione della comunità scientifica, che gli riconobbe accanto all’acume filosofico, anche l’abilità della divulgazione. Peculiarità che non sfuggì all’occhio attento delle case editrici di didattica scolastica che investirono nei suoi scritti, andando a formare generazioni di studenti negli anni ’60.

Fin dai primi libri, come in La struttura originaria (1958), Severino si fece promotore di una metafisica che non comprendesse né la rivelazione né la salvezza ultraterrena; ma è poi con la pubblicazione di Ritornare a Parmenide nel 1964 e del relativo Poscritto del 1965, che la sua posizione si incrinò. L’idea di un cristianesimo inteso come «parte dell’alienazione essenziale dell’Occidente» entrò, come prevedibile, in forte conflitto con la dottrina ufficiale della Chiesa cattolica, suscitando vivaci discussioni all’interno dell’università milanese e nella Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio).

Dopo un lungo esame, condotto dal definitore del Sant’Uffizio, Cornelio Fabro, studioso di San Tommaso e rivale di Bontadini, egli scrisse che Severino criticava radicalmente «la concezione della trascendenza di Dio e i capisaldi del cristianesimo come forse finora nessun ateismo ed eresia avevano mai fatto». Il filosofo non negò alcuna responsabilità, così la Chiesa proclamò nel 1969 l’insanabile incompatibilità tra il suo pensiero e il cristianesimo. Recisi ufficialmente tutti i rapporti con Severino, fu costretto ad abbandonare la cattedra alla Cattolica, dopo aver avuto tra gli studenti anche il futuro arcivescovo Angelo Scola. Fu accolto all’Università veneziana Ca’ Foscari, comparendo tra i fondatori della Facoltà di lettere e filosofia e insegnando accanto a Teoretica anche Logica, Storia della filosofia moderna e contemporanea e Sociologia. Affiancò all’attività di insegnamento, la collaborazione decennale con il Corriere della Sera, criticando la situazione politica italiana sui fronti sia del capitalismo che del comunismo, considerandole entrambe fonti di quella che Heidegger definiva «vita inautentica», perché espressioni di «dominio della tecnica» (rientrava in questo anche il fascismo).

Attaccò anche la sinistra poiché «non più socialdemocrazia», criticando «l’assolutismo cattolico e comunista», oltre che tacciando la magistratura di ingenuità, poiché processando una classe politica rivelava una contiguità anche con la criminalità organizzata, figlia della guerra fredda e quindi impossibile da debellare integralmente.

Una vita, quella di Severino, costellata di riconoscimenti: nel 2005 la Ca’ Foscari lo ha proclamato Professore emerito, fu inoltre Accademico dei Lincei e Cavaliere di Gran Croce. Alla soglia del suo 91esimo anno, Emanuele Severino è morto lo scorso 17 gennaio, dopo una lunga malattia.