“Il Nero”, “il Guercio”, “Er Cecato”, “il Pirata”, il “Samurai”. Massimo Carminati ha molti soprannomi. Alcuni plasmati dalla realtà, dal sottobosco criminale di gruppi eversivi di destra e organizzazioni che ha frequentato; altri partoriti da opere di fiction nelle quali è comparso, alcune di queste anche di notevole successo negli ultimi anni, come le serie Romanzo Criminale e Suburra. Certo è che ognuno di questi nomi è indissolubilmente legato a certi anni. Quegli anni ’70 del terrorismo, degli estremismi di destra e di sinistra, di stragi e depistaggi, di agguati. Fino ai tempi del cosiddetto “Mondo di Mezzo”.

Carminati è stato scarcerato oggi dopo 5 anni e 7 mesi di detenzione. Accolta l’istanza di scarcerazione per scadenza dei termini di custodia cautelare presentata dagli avvocati Cesare Placanica e Francesco Tagliaferri. Alle 13:30, il principale imputato del processo “Mondo di Mezzo” – la Cassazione ha deciso lo scorso ottobre che non si trattava di mafia, e quindi non più “Mafia Capitale” – è uscito dal carcere di Massama di Oristano.

Classe 1958, Carminati nasce a Milano, ma si trasferisce negli anni sessanta a Roma. È solo un adolescente quando comincia a frequentare la sezione dell’MSI di Marconi e del Fuandi a via Siena. Partecipa anche ad Avanguardia Nazionale. La sua fama negli ambienti di estrema destra comincia a crescere in quegli anni. Perde l’occhio sinistro al confine tra Svizzera e Italia, a un posto di blocco. I poliziotti sparano al varco usato abitualmente dagli estremisti neri per passare clandestinamente nella Federazione elvetica. Quella sera gli agenti si aspettano di intercettare Francesca Mambro, tra i fondatori dei NAR. Nell’auto ci sono invece Carminati e altri due camerati disarmati.

Anni prima, si lega in particolare a due compagni di liceo l’istituto paritario Federico Tozzi del quartiere di Monteverde: Alessandro Alibrandi, figlio di un noto giudice della Capitale, Franco Anselmi, ex missino e fondatore dei Nar, e Valerio Fioravanti, poi condannato in via definitiva per la strage della stazione di Bologna. Il loro punto di ritrovo diventa il bar Fungo, al quartiere Eur, frequentato anche dalla malavita organizzata della Capitale. Il 27 novembre 1979 il gruppo compie la prima rapina: alla Chase Manhattan Bank di piazzale Marconi all’Eur. I traveller cheques rubati vengono affidati al boss della Banda della Magliana, Franco Giuseppucci. Nei primi anni ’80 è in Libano con  altri componenti dei NAR a sostenere i falangisti cristiano-maroniti di Kataeb nella guerra civile contro i filo-palestinesi. Con la malavita i gruppi terroristi hanno un’altra cosa da condividere: le armi. Alcune vengono trovate in un garage nei sotterranei del ministero della Sanità a Roma. E poi ancora su un treno Taranto-Milano. Carminati viene accusato nel processo per depistaggio che coinvolge due esponenti dei servi segreti. Assolto.

È assolto anche per molti altri processi nei quali viene coinvolto, soprattutto per le deposizioni dei testimoni che lo accusano. Assolto anche per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, il 20 marzo 1979, direttore del settimanale Osservatorio Propaganda (Op) iscritto alla P2 e legato ai Servizi Segreti. Un’azione che sarebbe stata un favore e un gesto di alleanza con Cosa Nosta. Condannato per ricettazione nel 1988, la condanna viene cancellata per indulto nel 1991; stessa sorte per condanne del 1991 per rapina, detenzione illegale di armi e munizioni, porto illegale di armi. Nel 1998, nel processo alla Banda della Magliana, Carminati è condannato. La pena a causa del cumulo di condanne arriva a 11 anni e 9 mesi, in parte già scontati. Nel 2006 il magistrato di sorveglianza revoca la libertà vigilata.

Dopo aver lasciato l’Italia per un po’ di tempo torna a Roma e comincia il periodo che viene definito di “Mafia Capitale”. Agli imputati viene contestata l’appartenenza o la gestione di associazioni a delinquere dedite all’estorsione e a un’attività di corruzione verso funzionari e politici dell’amministrazione comunale romana.