Storia comune a quella di tante donne del suo tempo: ma anche, se si vuole, un simbolo. Femminista senza forse neppure sapere di esserlo. Argentina Marchei – dice nulla questo nome? – era una popolana, trasteverina che fisicamente richiama l’Anna Longhi moglie di Alberto Sordi in Dove vai in vacanza? o la sora Lella, mitica nonna di Carlo Verdone in Bianco, rosso e Verdone.

Così la ricorda Marco Pannella: «Argentina è una popolana romana di circa ottant’anni, quando la legge Fortuna viene approvata dal Parlamento, nella notte fra il 30 novembre e il 1 dicembre del 1970. Più di cinquant’anni prima, dopo pochi mesi di matrimonio, il marito se ne era andato, e non l’aveva più rivisto. Si era ricreata ben presto una famiglia, era ormai più volte madre e nonna, ma soprattutto “fuori-legge”. Il suo compagno era ormai malato, volevano sposarsi prima di andarsene, di separarsi definitivamente. Con le sue gambe piagate dalle vene varicose, inalberando la sua tessera comunista, del 1922, Argentina dal ’65 al ’70, e poi fino al ’74, fu in prima fila a tutte le manifestazioni, le marce, i digiuni della Lid e dei radicali».

Una delle mille «vedove bianche», frequenti nel Meridione d’Italia, lo sanno bene Emanuele Macaluso e Girolamo Li Causi, Umberto Terracini e Fausto Gullo; a differenza di altri dirigenti del timoroso Pci, sanno che la maggioranza degli italiani è favorevole a questa legge di civiltà. Nel Sud profondo, ma anche nel “bianco” Veneto; nelle campagne, non solo nelle città. La legge Fortuna-Baslini è anche una conquista delle tante, anonime, Argentine Marchei: si possono liberare da una catena che lacera intere famiglie in una ipocrisia che non risolve i problemi; e impedisce di poter legalmente riprovare a ricostruire una famiglia. Senza nulla togliere all’impegno di Loris Fortuna, Antonio Baslini, Pannella, Mauro Mellini, quella legge forse dovrebbe chiamarsi “Marchei”.

Non è la sola lacuna che una storiografia dei nostri tempi recenti dovrebbe colmare. Accanto alla “popolana” Marchei, per esempio, si rischia di perdere la memoria di un’apparente suo opposto, la medio-alta borghese Adelaide Aglietta. Questa volta, per fortuna, giunge in soccorso una recente pubblicazione di Marco Di Salvo: Adelaide Aglietta, una borghese radicale (edizioni Efesto, pp. 195, 13,50 euro); titolo accompagnato da una sorta di epigrafe da decrittare: “La prima donna”. Che significa, questo “prima donna”? Affetta da presenzialismo, come capita a chi raggiunge vette di notorietà? Un riferimento a presunte frequentazioni, atteggiamenti snob, il fasullo chic che scivola nel concreto cheap? No, quel “prima donna” ci sta tutto.

Prima donna – molti lo dimenticano, o lo ignorano – a ricoprire la carica di segretaria di un Partito politico, quello Radicale. È il 4 novembre del 1976, 17esimo congresso radicale: Adelaide viene eletta a quella carica. Ma come meritoriamente Di Salvo ci ricorda, è stata anche la protagonista di alcune delle più importanti sfide per l’affermazione dei diritti civili in Italia negli anni ’70, tra le prime ad affrontare le tematiche ecologiche e ambientali nel nostro paese; una delle prime parlamentari europee impegnate sui temi della democrazia nei paesi dell’Est e nel post 1989, dell’integrazione politica (e non solo monetaria) continentale; in prima fila nella difesa di popolazioni oppresse da dittature odiose: a Cuba come in Tibet. Una tranquilla borghese di quella Torino che vive in villa in collina: «Vista da fuori, aveva tutto: una bella casa, un marito dirigente d’azienda, due figlie, una bella famiglia, insomma», scrive Flavia Fratello, nella nota introduttiva.

C’è da difendere la legge sul divorzio (la legge per cui a Roma si batte Argentina Marchei); così «Adelaide scende dalla collina nel 1974, arriva alla sede radicale di Torino, pronta a confondersi con quella pattuglia squinternata, composta da freak della politica (di “froci e puttane”, avrebbe detto Pannella)…Il luogo più distante dalla sua formazione di vita, visto dall’esterno. Ma forse, proprio per questo, il più affine a lei, in quanto portatrice di un’inquietudine profonda che lì ha modo di mettere a frutto, più di quanto avrebbe potuto fare in ambiti politici più rigidi, quali erano gli altri partiti dell’epoca…». È l’inizio di una storia e di un impegno che la segna per tutta la vita. C’è molto altro, nel libro di Di Salvo; il capitolo, per esempio, della pubblicità scandalosa per raggranellare denaro per il Partito e le sue campagne: qualcosa degno del miglior Oliviero Toscani.

Tra i capitoli salienti, benissimo ricostruiti, quando Adelaide è sorteggiata come giurata per giudicare i capi storici delle Brigate Rosse (Renato Curcio, Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Paolo Maurizio Ferrari). Quel processo, secondo le intenzioni dei brigatisti non si deve fare. Ricorrono a ogni intimidazione violenta: il presidente degli avvocati Fulvio Croce “colpevole” di assicurare una difesa tecnica (i brigatisti ricusano i difensori), viene assassinato il 28 aprile 1977. Il processo è bloccato. Non si trovano giurati popolari e avvocati d’ufficio: attanagliati dalla paura, inviano certificati medici con le motivazioni più fantasiose. Il premio Nobel per la Letteratura Eugenio Montale, sul Corriere della Sera, ammette che anche lui, se sorteggiato, si sarebbe rifiutato. Scoppia la polemica, sul dovere al coraggio e il diritto alla paura, l’obbligo da parte degli intellettuali di difendere lo Stato: un anticipo di quello che sarebbe poi infuriato nei giorni del sequestro Moro.

Ecco che viene estratta Adelaide. Anche lei ha paura; ma sente come dovere di superarla. Scelta non facile, quella di vincere la paura, superarla, per conservare la propria dignità: il dovere di assicurare anche ai terroristi quei diritti “borghesi” che loro per primi rifiutano e vorrebbero abbattere. Se il processo infine si celebra, e altri giurati accettano di far parte della giuria, si deve a quel “gesto” di Adelaide. Oggi più d’uno tende a dimenticarlo, nelle ricostruzioni di quei giorni. Merito di Di Salvo aver ricostruito, con acribia, tutta la storia. Argentina e Adelaide: campionesse dei diritti civili da conoscere, scoprire. Certamente non le sole. Prima o poi si dovrà fare un “catalogo” di queste persone cui tanti devono tanto…

Al libro un solo appunto: nelle prossime augurabili edizioni, corregga la nota 11 di pagina 22: Cisa sta per Centro Informazioni Sterilizzazione Aborto; cos’è quel patriottardo “italiano”? Sembra piccola cosa, ma è importante: Adelaide e gli altri radicali si sono sempre battuti per la non punibilità dell’interruzione della gravidanza, ma anche – soprattutto – per una adeguata, capillare informazione in materia di anticoncezionali. Per una corretta NON “educazione”, ma “informazione” sessuale. Qui si potrebbe aprire un lungo discorso sull’uso delle parole e il loro significato. Un’altra volta.