Mi ricordo di una volta che ho sognato di prendere il treno e portare a Ferlinghetti una mia poesia, forse lo dovevo fare veramente. Quello che faccio veramente invece è scrivere mentre ascolto musica jazz alla maniera della Beat Generation, io che come altri a trent’anni di poeti viventi di quel giro ha incontrato Jack Hirschman in Italia perché ci vive anche se non si definisce un beat.

In Italia dove Ferlinghetti non è nato ma l’abbiamo tutti rivendicato come un poeta nostrano, riuscendo a nascondere un po’ di disagio per ciò di cui potevamo veramente rivendicare poeticamente negli ultimi decenni, e a cui hanno dedicato 159 tweet dopo un’ora dalla sua morte e poi migliaia nelle ore successive. E chissà che cosa pensava di Twitter e di Internet, il libraio ed editore per eccellenza.

Ferlinghetti è morto, ma prima è riuscito a farmi leggere qualcosa di interessante e bello in mezzo a tanto nulla letterario dei nostri tempi; non il libro più venduto della libreria, ma che importa, era ovvio che non lo sarebbe stato. Addio little boy e grazie”, è stato il pensiero Franco, uno dei titolari della enolibreria Chourmo di Parma, uno dei luoghi più iconici dell’Italia letteraria.

Il nome di Ferlinghetti è per tutti indissolubilmente legato alla City Lights, libreria e casa editrice aperta nel 1953 con Peter D. Martin. Nel 1956 ha pubblicato il poema Urlo (Howl) di Allen Ginsberg per cui fu condannato per oscenità. Fu anche l’inizio di uno dei movimenti letterari e civili che più di tutti hanno influenzato la società dell’epoca.

È proprio parlando con Sara Reggiani della casa editrice Black Coffee (del resto chi meglio per parlare di editoria statunitense libera e indipendente) che è emerso il ruolo da pioniere della libertà di pensiero e espressione che ha avuto Ferlinghetti nella letteratura mondiale: “Qualunque americanista ha con lui un debito grande, noi compresi. A San Francisco abbiamo molti amici e City Lights è la nostra casa. La casa di chi crede che la poesia ci salverà”.

Sì perché la poesia ci salverà oppure ci ha già salvato e neanche ce ne siamo accorti. In ogni caso Ferlinghetti ha portato il verso poetico attraverso la storia, anche quella più recente.

La libreria Chourmo non sarebbe mai nata senza la Shakespear and Company di George Whitman a Parigi, senza la Calusca di Primo Moroni in Ticinese a Milano, senza la City Light Bookstore a San Francisco”, dice Antonio Chiari un altro dei tre titolari di Chourmo.

I luoghi danno spesso il passo alla poesia di Ferlinghetti, come se ogni verso portasse il lettore nel qui ed ora, lungo la strada ma anche come se stesse tracciando una mappa alternativa del Mondo destinata a rimanere per farci orientare meglio nel futuro e per contribuire alla sua stesura.

Last Balkan Express diretto / ai sogni sudati, carezze d’incenso, / fuggendo / tra la pioggia e il disincanto di Belgrado”, scrive Nicolò Gugliuzza, nella raccolta Tra ciliegi e robot (Edizioni del Faro), che ha ascoltato i consigli del poeta italostatunitense ed è sceso sulla strada per raccontare la metamorfosi degli scenari moderni.

Le luci si sono accese, illuminano le città e hanno elettrificato le provincie. I lampioni hanno visto passare sotto di sé Jack, Allen e William. Ora i led illuminano gli schermi del computer e Lawrence ha insegnato a quelli che sono venuti dopo che anche le poesie d’amore non sono così male e che l’ironia è una figura retorica potente solo se usata bene. Ha insegnato che la vita va vissuta come un impeto unico e irrevocabile benché fugace.

Continuo a pensare che era meglio prenderlo quel treno per andare a cercare Ferlinghetti. Ma in fondo alle anime della mia generazione, anche se non sono le migliori, basta toccarsi nella tasca del cappotto per trovarlo nei suoi libri e farci leggere in versi il secolo di storia che ci ha preceduti.

Il diciannovesimo secolo finisce / e svolta nell’Autostrada 66 / i carri coperti si trasformano in Pullman / i loro scuri saloon coperti dall’oblio / Il mito ci insegue / i solchi continuano / La notte del cavallo è finita”.

Carlo Nan