“Basterebbe leggere una delle tantissime lettere che ci stanno arrivando da parte di donne che hanno ritrovato il loro nome su una croce e dopo 15 mesi ancora non l’hanno visto cancellato”. Così il collettivo Libera di Abortire denuncia a distanza di un anno e mezzo la situazione che ancora persiste al cimitero Flaminio di Roma. Sulle croci bianche del campo 108 i nomi delle donne che hanno abortito e i cui feti sono stati seppelliti a loro insaputa sono ancora lì, leggibili.

Uno scandalo che esplose il 30 settembre del 2020. Una donna che aveva abortito trovò per caso il suo nome scritto su una croce bianca nel cimitero Flaminio. Dopo la sua agghiacciante denuncia a lei si unirono centinaia di donne che hanno abortito a Roma che scoprirono così il loro nome su una delle croci bianche. Tra queste anche Francesca Tolino. “Lo scandalo di una prassi in palese violazione dei diritti di scelta e di privacy arrivò non solo sulla stampa italiana ma in tutto il mondo – scrive Francesca Tolino su Facebook – A fronte dello scandalo mediatico non risultano provvedimenti o direttive da parte del Comune di Roma e della Regione Lazio nei confronti delle aziende regionali e comunali coinvolte. Perfino il nome di centinaia di donne è rimasto leggibile su buona parte delle croci dedicate alla sepoltura del materiale biologico degli aborti”.

Ci eravamo mossi in queste settimane per chiedere alla nuova giunta Gualtieri un’azione immediata, atti concreti e non solo dichiarazioni di solidarietà, ma ancora nulla è cambiato”, continua Tolino. Libera di Abortire denuncia ancora sulla sua pagina Facebook un’altra assurdità: “La Procura di Roma ha riconosciuto la condotta illecita per la pratica del seppellimento del materiale biologico degli aborti senza il consenso della donna. La stessa Procura che ha chiesto l’archiviazione del processo avviato in sede penale da più di 130 donne coadiuvate dall’associazione Differenza Donna, in quanto considera che non ci sia stato dolo, ossia che ‘non ci sia stata coscienza e volontà di ledere’”.

“Ma ci chiediamo allora – continua il post di Libera di Abortire – com’è possibile che non ci sia ‘coscienza’ se, nonostante la notizia del cimitero dei feti sia di dominio pubblico da più di un anno, ancora le istituzioni e le aziende regionali e comunali coinvolte non hanno prodotto nessun chiarimento, correttivo o intervento rispetto alla procedura illecita adottata?”

Nonostante il forte clamore che la notizia scaturì un anno e mezzo fa, nel cimitero dei feti le croci ci sono ancora anche se, come rileva Open, qualcuna è coperta goffamente con dei cartelli che riportano codici, per qualche altra la vernice è sbiadita, e ancora altre sono coperte da un lato ma non dall’altro. Un anno e mezzo fa il garante della Privacy aprì un’istruttoria e la giunta capitolina stabilì che fosse garantito il segreto su quei nomi. Ma secondo la denuncia di Libera di Abortire nulla o poco è cambiato.

“Migliaia di croci riportano ancora il nome delle donne – scrive ancora su su Facebook Libera di Abortire – il centralino cimiteriale di Roma Capitale continua a dare informazioni sensibili a qualsiasi sconosciuto. Le istituzioni non hanno prodotto finora nessun atto chiarificatore della procedura relativa al materiale biologico degli aborti”. Quello che rappresenta il campo 108 del cimitero Flaminio è l’ennesimo fallimento di uno stato che dovrebbe garantire un diritto, quello di abortire, e invece mette l’ennesima “croce” addosso alle migliaia di donne che spesso sono costrette a ricorrere all’aborto terapeutico, una decisione che quasi mai è una “scelta” ma che è sempre un enorme dolore.

Giornalista professionista e videomaker, ha iniziato nel 2006 a scrivere su varie testate nazionali e locali occupandosi di cronaca, cultura e tecnologia. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Tra le varie testate con cui ha collaborato il Roma, l’agenzia di stampa AdnKronos, Repubblica.it, l’agenzia di stampa OmniNapoli, Canale 21 e Il Mattino di Napoli. Orgogliosamente napoletana, si occupa per lo più video e videoreportage. E’ autrice del documentario “Lo Sfizzicariello – storie di riscatto dal disagio mentale”, menzione speciale al Napoli Film Festival.