Un tradimento. È questo quello che ho provato da parte dello Stato e delle persone, umanamente, quando ho dovuto abortire”. Le parole di Sara (nome di fantasia) sono dure e ancora piene di dolore quando decide di raccontare la sua storia al Riformista. Chiede di rimanere anonima perché quello che è successo a lei è una storia comune a moltissime donne, almeno a una parte di quelle 73.207 che ogni anno (il riferimento è ai dati dell’Istituto superiore di sanità del 2019) devono ricorrere all’interruzione terapeutica di gravidanza. Una violenza sulle donne di cui però non si parla.

Sara, al quarto mese di gravidanza, ha scoperto che il suo bambino aveva la sindrome di Down. I medici che la seguivano le dissero che se avesse portato avanti la gestazione probabilmente il bambino sarebbe sopravvissuto per pochi mesi, se non giorni: le malformazioni erano già molto evidenti e nulla faceva presagire la possibilità di sopravvivenza del bambino. “Quando me lo dissero mi crollò il mondo addosso – racconta – volevo quel bambino, gli avevo anche già dato il nome. Vidi mio marito farsi in mille pezzi insieme a me”.

Così i due sono stati messi davanti alla difficile decisione di abortire. La legge lo consente fino ai primi tre mesi di gravidanza, entrati nel secondo semestre c’è bisogno che sussistano alcuni requisiti sanciti dall’ art. 6 della legge n. 194/1978: “l’interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni, può essere praticata: a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna”.

Per Sara dunque i requisiti c’erano ed erano scritti nero su bianco dalla diagnosi. È qui che inizia per lei il calvario. “Per me è stata una violenza e un tradimento – racconta a Il Riformista – perché già la scelta di dover abortire è dura e si porta dietro un mare di sofferenza indescrivibile. Poi perché quello che mi sono trovata davanti è stato davvero terribile. Credevo di essere tutelata dallo Stato, in mano a chi mi avrebbe aiutata. Ma non è stato così”.

Sono andata in uno dei tre ospedali pubblici della mia regione, la Campania, in cui si pratica l’interruzione terapeutica di gravidanza nel secondo semestre. Una regione non certo poco popolata da donne e invece sono solo tre – precisa Sara – Lì c’è un reparto di ostetricia e ginecologia ritenuto un’eccellenza ma dove c’è un solo medico che si prende la briga di tutelare un diritto sancito dalla legge. Quando l’ho incontrato mi ha sommariamente spiegato la procedura dell’aborto: avrei assunto dei farmaci che mi avrebbero stimolato il parto. Io ero molto spaventata perché avevo 33 anni ed ero alla prima gravidanza. Non ho nemmeno più la mamma, per cui tutto mi terrorizzava. Lui mi ha rassicurata dicendomi che sarei stata ricoverata per tre giorni, avrei partorito in una sala parto con tutta l’assistenza necessaria e anche la privacy di un momento così doloroso e che avrei avuto il supporto di una psicologa dedicata a questo. Mi dissero che non sarei mai stata sola. Nulla di questo è avvenuto”.

Sara, già provata dal dolore di portare in grembo un bambino che non sarebbe sopravvissuto al parto, voleva subito procedere. Il dottore però spiegò chiaramente che l’interruzione di gravidanza era una sua esclusiva responsabilità e che i colleghi, obiettori di coscienza, non sarebbero mai intervenuti in sua assenza. Bisognava dunque aspettare la congiuntura del suo turno di 12 ore consecutive, che sarebbe arrivato solo 10 giorni dopo. “Potete immaginare la sofferenza di quei 10 giorni di attesa?”, dice Sara.

Intanto però era iniziato il tremendo iter burocratico necessario per avere l’autorizzazione all’interruzione di gravidanza. “Fui spedita, insieme a mio marito, dallo psichiatra che avrebbe dovuto certificare l’esistenza dei requisiti sanciti dalla legge – spiega Sara – Siamo entrambi medici e quelle domande furono tremende. Andammo via con una diagnosi di instabilità psichica mia che sarebbe servita a certificare ulteriormente quello che era semplicemente un mio diritto”.

Il giorno prima del ricovero avevo iniziato ad assumere i farmaci che mi avrebbero portato all’aborto – continua il su racconto Sara – Arrivai in ospedale che già vomitavo da ore e non mi reggevo in piedi. Dovevo fare il tampone e aspettarne il risultato, arrivato ben 4 ore dopo. Intanto aspettavo fuori all’ospedale continuando a vomitare nell’area parcheggio. Ero stremata e avevo bisogno di stendermi ma non potevo entrare”.

Ma quel che accadrà dopo è ancora peggio. “Appena arrivata una dottoressa mi ha ricordato con queste esatte parole che la mia era ‘una scelta contraria alla vita’. Mi sistemarono nel reparto in una stanza con una donna che aveva appena subito un intervento chirurgico”.

L’indomani è il fatidico giorno del parto. “Rimasi in quella stanza con quella donna – racconta Sara – I farmaci per la stimolazione del parto non mi furono somministrati secondo le modalità prospettatemi. Vidi quel medico solo nel momento in cui materialmente mi consegnò le compresse. Iniziò il travaglio che poi durò 7 ore di dolori atroci, sempre lì in quella stanza, con quella donna ricoverata accanto a me che non conoscevo e che a sua volta soffriva per la sua operazione. Completamente da sola perché per via del Covid nemmeno mio marito, tra l’altro medico, poteva stringermi la mano. Avevo paura e il dolore era lacerante. Continuavo a vomitare e non sapevo cosa fare. Chiamavo aiuto ma nessuno veniva: non un medico, non un infermiere, non un’ostetrica. Non stavo partorendo, stavo abortendo e questo non mi rendeva degna di soccorso”.

La donna che era con me non poteva alzarsi dal suo letto ma mi parlava, mi diceva di stare tranquilla, di respirare, che presto sarebbe tutto finito – spiega ancora Sara – Cercava di aiutarmi chiamando lei aiuto. Qualcuno passava ma dalla porta mi diceva che per me non poteva fare proprio nulla. Non c’è stata sala parto per me, come mi avevano promesso, non c’è stata privacy in quel momento di dolore, fisico e psicologico. Lo Stato che doveva tutelarmi mi aveva abbandonata, costringendomi a cavarmela da sola in un letto in corsia”.

Nel reparto infatti erano tutti obiettori di coscienza, nessuno tra il personale sanitario presente voleva avere nulla a che fare con una donna che abortisce. L’unico medico responsabile dell’interruzione di gravidanza, l’unico che aveva deciso di portare avanti un diritto delle donne sancito dalla Costituzione, era invece impegnato in sala operatoria per due urgenze consecutive.

Nessuno mi ha aiutata o mi ha detto cosa fare – dice Sara – e a un certo punto poi partorii quel bambino”. Allo shock se ne aggiunge un secondo: “Mi avevano promesso anche questo: non avrei mai visto il bambino nascere. E invece l’ho visto perché ero completamente sola a gestire il tutto. Quell’immagine a distanza di oltre un anno ancora mi tormenta. E non deve essere stato facile nemmeno per quella donna, che ringrazio ancora con tutto il cuore, che ha sofferto insieme a me, per me, dal suo letto. Non dimenticherò mai le sue lacrime perché io, una perfetta sconosciuta, soffrivo, e nemmeno le sue parole di supporto. È stata la mia salvezza”.

Che ne è stato del supporto psicologico? “Forse nemmeno la psicologa poteva fare qualcosa per me – riprende il racconto Sara – La cosa che più mi ha fatto male è che mi hanno lasciata ancora per un’ora in quel letto con il feto tra le gambe. Un’ostetrica, forse mossa dalla compassione, mi coprì con un lenzuolo. Sempre nello stesso letto in corsia. Non ho visto nessuna sala parto. Solo quella operatoria dove sono stata addormentata per l’intervento chirurgico finale”.

Quando Sara si risveglia è di nuovo nel suo letto in corsia. Padre e marito, entrambi medici, non riescono a sapere nulla di quanto accaduto all’interno dell’ospedale, costretti fuori dalla struttura ad aspettare per ore all’oscuro di tutto. “Credevano che fossi morta – aggiunge Sara – Poi, molte ore dopo, un amico li ha informati che ero ancora sotto anestesia. Il Covid aggiunto all’obiezione di coscienza rende davvero disumani. Appena ho recuperato la forza di alzarmi sono andata via, con una brutta emorragia in corso: nessuno mi aveva detto nemmeno questo e ovviamente al risveglio ero nuovamente sola”.

Come se non fosse bastato quanto accaduto in corsia, contro Sara c’è un vero e proprio ‘accanimento’. Colpa di un errore commesso dal personale dell’ospedale: “Un’infermiera mi ha dato in mano una cartella ma ero debole per controllare che fosse mia e l’ho messa in borsa. Non una visita di controllo, non un appuntamento per verificare il mio stato di salute fisica o psicologica. Solo la beffa di scoprire giorni dopo che mi avevano dato i documenti di un’altra paziente: non sapevano nemmeno il mio nome, ero una brutta persona che abortisce e basta”.

Sara dice di essere fortunata ad avere i mezzi e gli strumenti per rivolgersi successivamente in privato a medici e psicologi che l’hanno seguita per rimettersi in forma. “Ho avuto molti problemi fisici dopo l’aborto e anche psicologici – dice – Per me non è stato facile. Poi è stata dura anche con le persone: non tutti hanno compreso la mia scelta e qualcuno ha anche avuto parole dure contro me e mio marito. Parole che ci sono sembrate pietre. Ma la mia è stata davvero una scelta?”.

Sara ci racconta che dopo quanto accaduto avrebbe voluto denunciare il tutto ai carabinieri, perché quanto successo “non deve accadere a nessuno, è troppo disumano”. Poi però, dietro consiglio del proprio avvocato, “ho ragionato sul fatto che, se avessi denunciato, il risultato sarebbe stato anni di processi a raccontare tutto questo che fin ora mi sono sempre tenuta dentro. Una ferita enorme che si sarebbe riaperta continuamente”.

Non solo. Un possibile effetto ‘indiretto’ sarebbe stato che “quell’unico presidio di legalità, tanto osteggiato, dove quell’unico medico nonostante tutto porta avanti un diritto delle donne, sarebbe stato chiuso. Allora la domanda era: è meglio che ci sia la possibilità di abortire o che quel diritto sia negato e basta perché medici obiettori di coscienza rifiutano di dare assistenza a una donna ricoverata? E allora ho deciso di non denunciare. Ma ho voluto raccontare questa violenza sulle donne e questo tradimento dello Stato che non tutela le donne in difficoltà. Anzi, le costringe a partorire da sole in un letto”.

Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia