Ormai comanda solo lui nel centrosinistra. Travaglio. Che pure di sinistra non ha nulla, né mai ha avuto qualcosa di sinistra, e neppure ha preteso di averne. Persino il mitico Prodi gli va appresso, mansueto, obbediente. Sotto lo suo sguardo compiaciuto e un po’ altezzoso di Travaglio, con inquadratura fissa, nel corso della trasmissione della sette che il direttore del Fatto conduce, con l’aiuto di Floris (di martedì), Prodi ricostruisce la caduta del suo governo, nel 1998, cambiando tutte le carte in tavola.

Travaglio già tempo fa scrisse che il governo Prodi cadde – dando spazio all’odiato D’Alema – per una congiura di Bertinotti che si era impuntato sulla folle idea di ridurre a 35 ore l’orario di lavoro. Non è così. E Travaglio, che è giovane e la storia l’ha studiata, forse, poco, è giustificato a non conoscere tutti i dettagli della prima e della seconda repubblica. Ma Prodi dovrebbe conoscerli abbastanza bene, perché ne fu protagonista.

Il governo non cadde sulle 35 ore, che sono un capitolo della battaglia politica di un anno prima. Non cadde per un atto di rottura di Bertinotti ma per un atto di rottura di Prodi. E per una sua manovra – sua di Prodi – che Prodi immaginò fosse geniale ma che andò malissimo. Fu molto goffa.

Le cose andarono così. L’anno prima c’era stato lo scontro sulle 35 ore, considerate giustamente da Travaglio una follia di sinistra ma che erano state appena approvate dal governo socialdemocratico francese, non dal comitato centrale di Potere Operaio… (Oggi se ci fossero le 35 ore ci sarebbero un po’ meno disoccupati). Nel 1998 lo scontro fu sulla finanziaria. Prodi previde una riduzione di spesa sul welfare, sulla scuola e sulla sanità. Rifondazione chiese che non ci fossero riduzioni ma anzi fossero aumentati gli investimenti specie su sanità e istruzione.

Prodi non cedette di un millimetro ma trattò segretamente una scissione di Rifondazione comunista, offrendo posti di governo (Rifondazione non era al governo, non aveva ministri, ma garantiva solo un appoggio esterno), e immaginò in quel modo di poter sbattere Bertinotti fuori dalla maggioranza, mandare a scatafascio Rifondazione comunista, e poi governare tranquillo su una linea un po’ più di destra di quella di Berlusconi e Fini. Se avesse ceduto, almeno in parte a Bertinotti, che era prontissimo a trattare, oggi la sanità italiana sarebbe meno a brandelli.

Poi successe che il complotto andò malissimo, perché Prodi fece male i conti sulla scissione di Rifondazione e non ebbe la maggioranza. Oggi piange? Piangono piuttosto gli ospedali e le scuole che sono senza risorse per via di quella linea anti-welfare che poi fu assecondata dai suoi eredi sia di centrodestra che di centrosinistra.