Manca solo il via libera entro la prossima settimana del Parlamento europeo, ma il salario minimo europeo è ormai una realtà dopo l’approvazione della direttiva da parte del “trilogo”, come viene definito informalmente l’organismo che mette insieme Commissione, Consiglio e Parlamento europeo.

Una direttiva che non impone di cambiare i sistemi nazionali esistenti, ma nel rispetto delle differenze dei modelli di mercato del lavoro tra i diversi Stati membri, stabilisce un quadro procedurale per promuovere salari minimi “adeguati ed equi” in tutta l’Ue.

Il Consiglio e il Parlamento europeo hanno convenuto che gli aggiornamenti dei salari minimi legali avranno luogo almeno ogni due anni (o al massimo ogni quattro anni per quei Paesi che utilizzano un meccanismo di indicizzazione automatica).

Dunque i Paesi membri dell’Unione avranno due anni di tempo per recepire la direttiva nel diritto nazionale: una notizia importante in particolare per l’Italia, che fa parte dei sei Paesi (Austria, Svezia, Danimarca, Finlandia, Cipro) su 27 che a livello europeo non ha attualmente in vigore un sistema di salario minimo, bensì la contrattazione collettiva.

Come funziona il salario minimo in Europa

A livello europeo il salario minimo si muove con un sistema di ‘geometria variabile’. L’importo dell’assegno è infatti estremamente diverso tra i singoli Stati e la forchetta è enorme. Ai due estremi della ‘classifica’ ci sono Lussemburgo e Bulgaria: il piccolo Paese del Benelux fa registrare un salario minimo di 2.256 euro, mentre l’ex Paese del blocco sovietico soli 332 euro.

In generale la classifica fa registrare i numeri più alti nei Paesi dell’Europa occidentale, dall’Irlanda all’Olanda, passando per Belgio, Germania (che da ottobre lo porterà a 12 euro l’ora), Francia e Spagna. Progressivamente e spostandosi ad Est, l’importo dell’assegno cala, anche se sono proprio gli Stati orientali ad aver registrato negli ultimi 10 anni gli incrementi salariali più alti.

Miglioramenti sono stati registrati, in maniera più lieve, anche nei Paesi dell’Europa nord-occidentale e in ogni caso i salari minimi sono aumentati in tutti gli Stati che ne sono forniti ad eccezione della Grecia, dove il calo negli ultimi 10 anni è stato dell’1,4 per cento.

Va sottolineato, come riferisce il Corriere della Sera, che sono molti i lavoratori che guadagnano l’equivalente del salario minimo o il 5% in più. Nel 2018 in Stati come Slovenia, Bulgaria, Romania, Polonia e Francia questi lavoratori erano superiori al 10 per cento della popolazione occupata.

Il caso italiano

Il nostro Paese non è obbligato ad attuare la direttiva europea. Secondo la stessa Ue il salario minimo è obbligatorio per quei Paesi che non hanno contrattazione collettiva o dove è scarsamente diffusa. I contratti collettivi di lavoro coprono in Italia oltre l’80 per cento dei lavoratori.

Vi sono dunque settori scoperti in cui potrebbe intervenire un salario minimo definito per legge. La proposta in discussione in Italia prevedrebbe un reddito minimo pari al 50-60% del salario mediano lordo. Il presidente dell’Inps Pasquale Tridico ha spiegato che “nel solo settore privato, questi due valori corrispondono a 10,59 euro e 7,60, quindi la cifra media è 9 euro”.

Il risultato sarebbe dunque un salario minimo netto di poco sopra a mille euro al mese. Attualmente, sottolinea Repubblica, sono 4,6 milioni i lavoratori italiani che percepiscono meno di questa cifra: sono il 30% del totale, di cui il 26% del settore privato, il 35% degli operai agricoli e il 90% dei lavoratori domestici. Con un salario minimo a 9 euro all’ora, ai lavoratori andrebbe un totale di 8,4 miliardi in più al netto delle maggiori tasse che incasserà lo Stato.

Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia