Un “riformista” che dialoga con un “rivoluzionario”. In un dibattito di grande profilo politico e culturale Enrico Morando, leader dell’area liberal del Pd, tra i fondatori dell’associazione di cultura politica Libertà Eguale, già vice ministro dell’Economia e delle Finanze nei governi Renzi e Gentiloni, replica all’intervista di Mario Tronti a questo giornale.

Di Enrico Berlinguer “c’e n’è una debole traccia a sinistra del Pd. Nessuna traccia nel Pd, se non un retorico richiamo a una certa nobiltà e serietà della politica. Enrico Berlinguer è stato l’ultimo politico di razza della tradizione comunista “italiana”. Così Mario Tronti in una intervista a questo giornale.
Che Enrico Berlinguer sia stato un leader carismatico, espressione della tradizione comunista “italiana“ (le virgolette le ha messe Tronti, ma le mantengo perché la loro assenza provocherebbe equivoci), è certamente vero. Il suo centenario può dunque essere l’occasione per riflettere sui limiti e sui pregi di quella tradizione, entrambi incarnati da Berlinguer: convinto sostenitore della democrazia politica come valore universale, tanto da andarne a parlare apertamente alla platea ostile dei dirigenti del Pcus, egli tentò – direi quasi disperatamente – di rendere quella convinzione compatibile con l’altra – addirittura più profonda – circa l’esigenza del “salto di sistema”, verso una società compiutamente “altra” rispetto a quella capitalista. Un tentativo di conciliazione perseguito con tenacia e sincerità d’intenti, ma destinato al fallimento: la ricerca della “terza via“ tra socialismo reale e esperienza socialdemocratica, che Berlinguer ha condotto per tutta la vita – attraverso innovazioni di linea politica e programmatica sempre più coraggiose, che hanno aiutato il Paese a crescere e i lavoratori a migliorare le loro condizioni di vita e di lavoro -, non ha trovato sbocchi convincenti. Semplicemente perché quella via non esisteva. Poiché – alla fine – sono sempre le idee quelle che contano, per motivare le azioni degli uomini (ancora di più se si tratta di leader politici), è alla rivendicata irriducibilità di questa “diversità“ comunista rispetto alla socialdemocrazia che bisogna tornare, per spiegare perché il Berlinguer che nel novembre del 1977 – in occasione del 60º anniversario della rivoluzione d’ottobre – irrita e scandalizza i dirigenti dello Pcus proponendo “… il carattere non ideologico dello Stato, la possibilità dell’esistenza di diversi partiti, il pluralismo nella vita sociale, culturale e ideale“, è lo stesso Berlinguer che meno di un anno dopo, nel comizio finale della festa dell’Unità di Genova, afferma: “… La difesa e lo sviluppo della democrazia passano per la lotta per il superamento del capitalismo. Sta qui la differenza tra noi e le concezioni liberali e socialdemocratiche”. Se si vuole capire perché il pur originalissimo Pci dovette attendere la caduta del muro di Berlino per cambiare la propria natura – quasi fossimo uno dei tanti partiti satelliti dello Pcus nell’est europeo – è a questa irrisolta contraddizione che bisogna guardare. Non so se sia vero che oggi “non c’è più chi pensa“, come dice Tronti. So per certo che, proprio su questa irrisolta contraddizione, si è sviluppata, nella esperienza del Pci, una dura battaglia politica e delle idee: prima poco trasparente e limitata al gruppo dirigente ristretto, poi più aperta alla consapevolezza e alla partecipazione di migliaia di militanti. Si deve agli esiti di questa battaglia politica se larga parte delle energie umane, culturali e sociali che hanno animato l’esperienza del Pci ha potuto impegnarsi, con altri, nella costruzione di un partito che ha svolto, svolge e potrà svolgere una decisiva funzione. Non ci sono solo macerie e vuoto culturale.

Ragionando sul “patto” Letta-Conte, Tronti annota: “Si fanno quattro conti, questo più quello, che so, Pd più Cinque Stelle, si guadagna l’amministrazione di qualche comune, magari di qualche regione, non credo si arrivi mai al governo della nazione, e se ci si dovesse arrivare povero governo, con tali alleati che più inaffidabili non potrebbero essere. Non è qui che finisce la storia della sinistra in Italia. Questa storia si è consumata, gradualmente e inesorabilmente, nel percorso a scendere dal Pds, Ds, Pd. L’anticomunismo degli ex comunisti ha accompagnato, e guidato, la vorticosa discesa”.
Prima, sul tema del rapporto PD e M5S. Sono stato tra quelli che hanno segnalato per tempo il rischio di subalternità insito nell’idea del carattere “strategico“ del rapporto con il movimento grillino. Anche in questo caso, l’ho fatto in nome dell’importanza delle idee: un partito riformista vocazione maggioritaria non può considerare “strategica“ l’alleanza con un soggetto politico che è nato sul “vaffa…”. Che questo rischio fosse molto presente era del resto ben rappresentato dal giudizio su Conte come “riferimento fortissimo” del progressismo europeo. Non era voce dal sen fuggita: era l’accettazione passiva della subalternità del Pd al M5S, plasticamente rappresentata dalla esplicita accettazione di Conte come leader della auspicata coalizione. Oggi, le cose sono cambiate: molto per l’imporsi del principio di realtà (sfidato dal Governo Conte 1 con eccessivo sprezzo del pericolo). Un po’ per la intervenuta crisi di consenso del M5S. Un po’ per merito di Enrico Letta, che ha assunto – sulla vicenda spartiacque dell’aggressione russa all’Ucraina-una posizione del tutto coerente con quella di Draghi e del suo governo, fatta di convinta partecipazione agli sforzi dell’Unione Europea, della Nato e della nascente Alleanza delle democrazie, per difendere il diritto dell’Ucraina ad esistere. In forza di questo insieme di fattori, non è impossibile lavorare perché, alle elezioni del ‘23, si presenti un centrosinistra con una leadership (Enrico Letta) e un’idea di collocazione del Paese nel nuovo mondo post aggressione russa all’Ucraina, capaci di conquistare il consenso della maggioranza degli italiani. Dunque, la storia della sinistra italiana non finisce nella umiliante subalternità al M5S.

“L’ultimo Berlinguer – sostiene Tronti – radicalizza la sua posizione. La politica di alternativa, la lotta contro il taglio della scala mobile, suo “eccoci” davanti alle porte di Mirafiori. Arrivavano gli anni Ottanta, aveva drammaticamente capito che occorreva trattenere quel nuovo che avanzava, non per impedirlo, non si poteva, ma per condizionarlo e quindi per modificarlo. Questo è il primato della politica. Dopo, ci si mise sull’onda e si venne naturalmente travolti…”.
Quando Berlinguer vede la sua strategia entrare in crisi, si trova di fronte ad un bivio. Due diverse interpretazioni del compromesso storico lo descrivono bene: la prima, è quella organizzata prevalentemente sull’aggettivo -storico- e trova la sua ispirazione ultima nell’obiettivo del “salto di sistema“ (il discorso di Genova, al termine del quale Berlinguer ripropone la strategia del compromesso storico). La seconda, è quella organizzata prevalentemente sul sostantivo – compromesso -, e trova la sua ispirazione nell’idea della solidarietà nazionale come fase di passaggio alla democrazia dell’alternanza (secondo il modello della grosse koalition tra Spd e Cdu in Germania). La prima, era la posizione di Berlinguer e della maggioranza del Pci. La seconda, era la posizione prevalente tra i miglioristi. È impossibile dire oggi quale delle due posizioni, prevalendo, avrebbe portato ad una migliore affermazione delle classi subalterne. Entrambi proponevano “l’alternativa“. Ma, al solito, davano a questa parola un diverso significato. Risultò evidente nel Comitato Centrale convocato subito dopo la sconfitta del 79: Riccardo Terzi, giovane segretario del Pci milanese, propose con chiarezza l’alternativa di governo alla Dc, fondata su di una nuova collaborazione tra Pci, Psi e laici. La risposta di Berlinguer non avrebbe potuto essere più chiara. La riassumo con parole mie, per esigenze di spazio: si può fare, disse, ma dobbiamo sapere che essa implica un mutamento di natura del nostro partito, da comunista a socialdemocratico. Aveva perfettamente ragione. Infatti, secondo quelli che la pensavano come Terzi (non eravamo in molti, ma la sua non era una posizione isolata), il Pci avrebbe potuto interpretare meglio il “nuovo che avanzava“ assumendo la funzione politica che in quel momento stavano svolgendo tutti i partiti socialdemocratici (comunque denominati) degli altri paesi dell’Europa occidentale. “Capire il senso della tradizione“ è certamente utile. Restarne prigionieri è stato dannoso.

“Oggi – sostiene Tronti – assistiamo a una contraffazione insopportabile. L’infelice frase di Berlinguer, di sentirsi più sicuro sotto l’ombrello della Nato, è venuta comoda per schierare anche i soldatini della ex-sinistra sulla linea del fronte euroatlantico, al seguito della crociata per redimere i nuovi barbari delle pianure sarmatiche, infedeli alla religione democratica”. Lei come la pensa?
Le risponderò raccontando l’antefatto “dell’infelice frase di Berlinguer“ sulla Nato. Tutto nacque da una nota riservata, elaborata da Eugenio Somaini per Giorgio Napolitano e dallo stesso consegnata a Berlinguer. Riassumo la sostanza: l’Unione Sovietica ha paura della distensione per ragioni interne, scriveva Somaini (suona familiare?) Il Pci deve prendere atto che la sua iniziativa per andare al governo in Italia dovrà svilupparsi nel contesto dato dalla permanenza dei blocchi. Quindi, concludeva, “desideriamo la permanenza dell’Italia nella Nato“. Come si vede, anche in questo caso, nel PCI convivevano posizioni diverse: c’erano quelle à la Somaini, e c’erano quelle di chi proponeva a Berlinguer di scindere questione europea e questione Nato. Allora, con l’intervista a Pansa del ‘76, Berlinguer diede ragione ai riformisti. Oggi, forse, vediamo meglio che non fece una scelta “infelice“.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.