Durante la direzione del partito a metà maggio non lo aveva dichiarato espressamente, ma il sottotesto delle sue dichiarazioni in cui spiegava che una eventuale vittoria del sì ai referendum sulla giustizia del prossimo 12 giugno avrebbero aperto “più problemi di quanti ne risolverebbero” era chiaro.

Ma martedì sera, dal salotto televisivo di Porta a Porta, la ‘terza Camera’ guidata da Bruno Vespa, il segretario del Partito Democratico Enrico Letta lo ha detto chiaramente: “Andrò a votare ai referendum e voterò cinque no”.

Cedendo definitivamente al partito dei pm, rappresentato in Parlamento dal Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, Letta spiega che il referendum è “uno strumento sbagliato”, anche perché “su alcuni di quegli argomenti si sta facendo la riforma nel Parlamento”, è la tesi del segretario Dem.

Letta dunque getta definitivamente la maschera dopo le parole pronunciate nel corso della direzione PD del 17 maggio, in cui pur dando un “orientamento di fondo”, aveva sottolineato come il partito non fosse “una caserma” e dunque vi era “libertà dei singoli che resta in una materia come questa”.

Quella di ieri a Porta a Porta sembra anche la risposta del segretario all’appello delle 22 personalità vicine al PD (tra i firmatari vi sono Michele Salvati, Enrico Morando, Claudio Petruccioli, Giorgio Tonini, Claudia Mancina, Alessandro Maran, Magda Negri, Massimo Adinolfi, Marco Bentivogli e Mario Raffaelli) che nelle scorse settimane aveva lanciato un appello per votare sì almeno a tre quesiti referendari su cinque, ovvero la separazione delle funzioni, la riforma del sistema elettorale del Csm e la valutazione dei magistrati.

Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.