Compagni democratici, niente scherzi. I referendum si avvicinano e oggi alle 11 il Pd decide, con una Direzione convocata al Nazareno, le indicazioni da dare. Il momento è solenne e la confusione, sotto il cielo dem, assoluta. Le dichiarazioni sui 5 no di Walter Verini – l’ex responsabile Giustizia che i più ricordavano su posizioni garantiste, migliorista con Napolitano e Lama prima e veltroniano poi – hanno aperto un confronto serrato tra le correnti e i singoli esponenti. Il sentore è che Verini abbia parlato per conto di Anna Rossomando, che uno sgarbo alla magistratura non vuole farlo. Ma anche che ci sia stato un accordo trasversale, auspici lo stesso Verini e Legnini, per ricondurre la partita in Parlamento, scoraggiare il fronte garantista e al contrario permettere all’asse Pd-Cinque Stelle, fiaccato dalla guerra, di ritrovare un terreno comune.

Trasformando l’iniziativa parlamentare a sostegno della riforma Cartabia in un muro di No ai referendum, i Dem contraddicono il loro stesso impegno in aula. “Oltretutto sulle cose sovrapponibili non possiamo dire No, perché abbiamo appena detto Sì in Parlamento. Gli elettori e i parlamentari non possono votare in maniera antitetica, si apre un problema enorme”, fa notare Stefano Ceccanti. È vero che non sarà una direzione monotematica ma con diversi punti all’ordine del giorno quella convocata oggi dal segretario PD, Enrico Letta. Dalle alleanze al cammino delle Agorà ma con due temi, si riferisce da fonti dem, prioritari: ribadire il sostegno al governo Draghi fino a fine legislatura e appunto, decidere la posizione del partito sui referendum. La tornata referendaria del 12 giugno, con 5 quesiti in tema di giustizia, finora è stata piuttosto sorvolata dal PD. La posizione dem è composita: Base Riformista voterebbe perlopiù Sì. I Giovani Turchi anche.

Ma tanti tra i Lettiani sarebbero tentati di riconoscere le ragioni dei quesiti. Di tre di questi c’è chi tende a dire che finiranno per essere superati dalle riforme civile, penale e del Csm mentre si va verso un No più diffuso sia sull’abrogazione della legge Severino, che per i dem va cambiata e migliorata ma non abolita, sia sulle misure cautelari. In verità sul Csm, il rischio di arrivare al 12 giugno senza che il Parlamento sia riuscito ad approvare la riforma è più che concreto. “Facciamo queste riforme – ha detto ieri il capogruppo Pd in commissione Giustizia al Senato, Franco Mirabelli – in un contesto difficile. Che noi non possiamo ignorare. I referendum dimostrano la volontà di alimentare il conflitto ideologico più che risolvere i problemi. Abbiamo contrastato proposte punitive per i magistrati o di dubbia costituzionalità. Ma questa riforma dell’ordinamento giudiziario è utile e potrà essere migliorata con il contributo di tutti quando discuteremo i decreti attuativi”. Si sta parlando d’altronde di una materia su cui l’intervento in commissione giustizia corre parallelo alla corsa verso le urne.

Nel caso della richiesta valutazione dei magistrati da parte degli avvocati, la riforma interviene. Ma lo fa con una legge delega che non è direttamente applicabile finché non c’è il decreto del governo. Dunque, in realtà questa norma a oggi non c’è. Su questa base, a rigor di logica, il referendum bisognerebbe tenerlo lo stesso, perché crea condizioni immediatamente applicabili. Se in Parlamento si è votato per far votare gli avvocati, il quesito determina le condizioni perché a votare siano avvocati e docenti universitari. Ma la sostanza è la stessa. Risulterebbe un po’ difficile spiegare agli elettori dem perché in Parlamento si è votato in un modo e agli elettori viene chiesto di votare in modo opposto. I passaggi tra chi giudica e chi accusa – che oggi sono quattro – e verrebbero ridotti a uno con la riforma, a zero con il quesito. Per prassi, visto che la materia referendaria è oggetto di riforma, può avvenire che la consulta convochi i promotori del Referendum per chiedere loro se accettano la riforma così com’è, o se insistono per sottoporre il loro quesito agli elettori.

Se i Referendari decidono di mantenere il quesito, perché puntano alla separazione integrale delle carriere, come potrà il Pd dire ai suoi elettori di opporsi? “Ognuno farà le sue riflessioni”, ci dicono dal Nazareno. Il confronto sarà a tutto campo, con posizioni trasversali da rispettare; c’è attesa per gli interventi di Matteo Orfini, Andrea Marcucci e Andrea Romano, mentre Giorgio Gori fa sapere di votare Sì a tutti i quesiti. A tirare le somme, Rossomando e Letta. Il segretario cerca di ricucire con Giuseppe Conte, come tutti sanno. Ma potrebbe approfittare dell’occasione per ribadire una posizione garantista autonoma e smetterla di subire – giunto quasi al termine dei cinque anni di legislatura – i diktat dei grillini sulla giustizia.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.