Tra i dem ci sono due idee, sulla legge Severino: chi la vuole cambiare in Parlamento, incardinando la riforma il prima possibile in Commissione, e chi si affida comunque allo strumento referendario e fa addirittura campagna per andarla ad affossare alle urne. Poi ci sono anche alcuni, di minoranza, che ritengono di poterci ancora convivere. Ma sono pochi. Nel Pd l’idea generale è che troppe volte le vicende giudiziarie – pur minori, gli abusi d’ufficio soprattutto – hanno finito per pregiudicare l’esito del mandato di sindaci e amministratori locali, anche quando poi la giustizia si è incaricata di dare ragione agli interessati. Il nuovo vento garantista spira dunque a ragion veduta. Del mandato in Parlamento, si occupa alla Camera il deputato – e avvocato – Franco Vazio.

Ma al Senato lo stesso testo è stato presentato dal senatore Parrini in commissione Affari costituzionali e Giustizia. Enrico Letta ha chiesto ai due parlamentari e giuristi di redigere una proposta di riforma semplice e pronta a essere votata con l’idea di portarla a casa entro l’estate. Perché ad ottenere ragione con il referendum sono in pochi a sperarlo. Tra questi c’è Gianni Pittella: «Il rischio di una tentazione giustizialista anche nel mio partito non è scongiurato», dice il parlamentare dem, di formazione socialista. Anna Rossomando, che nel Pd è responsabile Giustizia, guarda alla riforma della Severino con attenzione. Predica prudenza, sull’assunto generale, ma sulla riforma ha le idee chiare. «L’abolizione delle Legge Severino cancellerebbe tutta la normativa in materia di incandidabilità, per cui anche i condannati per gravi reati con sentenza irrevocabile potrebbero candidarsi ed essere eletti. E non è accettabile».

Ma sulle richieste dei sindaci è d’accordo, eccome. Ha firmato la legge Parrini al Senato, confermando il consenso dell’intero Pd. Rossomando: «Va presa in considerazione una riforma semplice ma importante: la fine della sospensione degli amministratori locali anche per le pene edittali superiori ai due anni, escludendo i casi di grave allarme sociale. Il tema vero è che chi ha la volontà di intervenire su questo specifico punto, può concorrere a fare una riforma che rilanci la capacità amministrativa di tutti. Abrogazione totale avrebbe effetti negativi. Meglio puntare sulla certezza a breve scadenza: c’è il referendum il 12 giugno, si voti convintamente in quella data». Che il referendum si terrà, non ci sono dubbi. Ma sono poche le certezze sul quorum. Matteo Ricci, che nella segreteria di Letta rappresenta il potente partito trasversale dei sindaci, la mette così: «Noi sindaci siamo gente concreta. C’è la possibilità che il referendum cambi la Severino? Molto bassa, diciamocelo. E allora si lavori a una legge che la cambi bene, nei tempi più rapidi», riassume. «Anche perché bisogna agire subito per superare una legge che, ad oggi, non garantisce i tre gradi di giudizio», ci dice Ricci.

«Il garantismo deve valere per tutti – prosegue – a maggior ragione per gli amministratori che rischiano ogni giorno in prima persona di essere accusati per reati minori. Si verifica spesso che un amministratore condannato in primo grado, ad esempio, per abuso di ufficio o per turbativa d’asta, poi venga assolto in Appello o Cassazione». E poi aggiunge: «Il Pd è stato per troppo tempo garantista con gli altri e giustizialista con i nostri. Troppe volte i nostri sindaci, incorsi in una inchiesta, sono stati costretti a farsi da parte per un avviso di garanzia poi archiviato». E prima di salutarci, inizia l’elenco: «Ci sono vittime di questa deriva, da Filippo Penati a Vasco Errani, da Catiuscia Marini a Simone Uggetti, solo per stare sull’ultimo caso che davvero rappresenta un paradosso, un corto circuito democratico». Sembra che qualcosa, nel Pd, inizi a cambiare davvero.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.