Giuseppe Conte sta facendo la sua campagna d’Abruzzo. La “sua” però. Come se fosse lui il leader di riferimento nazionale per le sei liste in coalizione. Si vede che l’8 per cento raccattato in Sardegna contro il 14 per cento del Pd, gli disturba l’umore nonostante gli abbia regalato la prima presidenza di regione nella storia del Movimento 5 Stelle. La sfida in Abruzzo si sta facendo interessante grazie ad un candidato – il rettore Luciano D’Amico – che sta riuscendo in quel ruolo di federatore del campo larghissimo del centrosinistra che invece manca a livello nazionale. Non è chiaro se questo piaccia o meno a Conte. Fatto è che sta facendo una corsa in solitaria. All’indomani del successo sardo aveva persino detto che “a me non risulta che in coalizione in Abruzzo ci siano Italia viva e Azione”. Si vede che non aveva ancora visto il fac simile della scheda elettorale.

Ora è nel pieno di una campagna di tre giorni in Abruzzo e fra i temi trattati spiccano soprattutto quelli divisivi per il campo larghissimo e gli attacchi alla premier Meloni. A parte qualche stoccata qua e là sul fatto che “non si governa una regione in smart working (come ha fatto Marsilio in questi anni, ndr)” e l’appello a “restituire l’Abruzzo agli abruzzesi”, è come se l’ex premier fosse in costante fase di posizionamento e definizione della propria leadership. Anche rispetto alla coalizione e alla segretaria del Pd Elly Schlein.

Ieri a Chieti ha alzato paletti e distinguo con il Pd sul dossier Ucraina. Ha preso spunto dalla risoluzione votata il giorno prima da tutti i partiti italiani presenti nell’europarlamento tranne che dai 5 Stelle. “Abbiamo detto no – ha spiegato Conte – perché da quella risoluzione risulta che l’obiettivo principale per porre fine al conflitto russo-ucraino è che l’Ucraina vinca la guerra contro la Russia con un rilancio dell’assistenza militare e l’incremento di forniture militari di ogni tipo: missili a lungo raggio, sofisticate batterie di lancio, i più moderni aerei da combattimento, la più varia artiglieria. Ciascun stato membro della Ue deve sostenere militarmente l’Ucraina con almeno lo 0,25% del loro Pil annuo. Cinque miliardi l’anno per le forniture militari all’Ucraina quando Meloni ne ha messi solo tre per la Sanità”.

Poi ha attaccato la premier “che si è inchinata a Bruxelles e che cerca continuamente di essere ricevuta a Washington (la premier è in missione negli Stati Uniti e in Canada, ndr). Ma questo servirà a lei che vuole accreditarsi nei vertici internazionali non certo a chi, come noi, chiede pace e sicurezza”. Attacchi buoni per i comizi di fine campagna elettorale per le Europee. Non certo per un voto regionale. Quello della guerra è tema che divide il Pd e la grande coalizione d’Abruzzo. Conte intende tenerlo sotto i riflettori anche a una settimana dal voto. Quasi una provocazione.

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Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.