L’ultimo fu un soldato tedesco comunista arrivato a nuoto fra gli avamposti sovietici. Non parlava russo, ma riuscì a spiegarsi: «ich bin ein kamarade e noi vi attaccheremo domani all’alba, se non fate qualcosa sarete tutti morti». Non era il primo. Fonogramma al Cremlino: il soldato tedesco è identificato, interrogato di nuovo e ripete la sua storia. Qualcuno corre a riferirla a Stalin che commenta con disprezzo: «Adesso abbiamo anche i provocatori nuotatori. Fucilatelo». In realtà quel soldato fu l’unico a non lasciarci la pelle: dovevano metterlo al muro all’alba, quando l’attacco tedesco iniziò davvero. Richard Sorge, il principe delle spie sovietiche, dalla sua tana nell’ambasciata tedesca di Tokyo dove si fingeva uno zelante nazista, aveva tempestato Mosca di fonogrammi con tutti i dettagli dell’attacco. Stalin aveva alzato le spalle: «Disinformazione giapponese». Quando Sorge fu arrestato, rifiutò di scambiarlo con agenti giapponesi e l’agente fu impiccato. I messaggi di Winston Churchill e di Franklin Delano Roosevelt lo mandavano in bestia: «È incredibile l’impegno con cui questi borghesi imperialisti si sono messi per far fallire il nostro patto con la Germania».

Come molti storici diranno anni dopo i fatti, purtroppo sembra proprio che Josif Stalin nel 1941, mentre si ammassavano alle frontiere sovietiche divisioni per un totale di tre milioni di soldati, carri, aerei, artiglieria, linee di rifornimento, considerasse Hitler un interlocutore leale. Secondo molti storici, l’unico di cui si fidasse davvero. Tutti vedevano in Russia ciò che stava accadendo nel giugno del 1941, ma tutti avevano anche imparato che non era mai il caso di parlarne con Stalin: fucilazione, galera o sparizione automatica erano garantite. Ma c’è di peggio e lo ha rivelato nelle sue memorie il maresciallo Zukhov, uno degli artefici della vittoria finale russa: «Non potevo evitare di affrontare la questione con Stalin, neanche se mi avesse arrestato. Così gli chiesi udienza, lo pregai di ascoltarmi con calma e di guardare i dati che gli portavo. Mostrai lo schieramento tedesco alle nostre frontiere e l’elenco di oltre trenta testimoni che avevano avvertito dell’imminente attacco intorno alla fine di giugno». Stalin annuiva tacendo. Quando il maresciallo ebbe finito, Stalin aprì una cartella e ne estrasse dei fogli manoscritti che porse al Zukhov il quale racconta: «I primi erano stati scritti da Stalin a Hitler: una lettera in cui con tono allarmato gli chiedeva ragione di quell’ammassamento di truppe che alimentavano le voci su un imminente attacco tedesco».

Chiedeva spiegazioni convincenti. Seguiva poi su altri fogli manoscritti la risposta di Hitler che diceva: «Vi do la mia parola di capo di Stato e di soldato che la Russia sovietica non ha nulla da temere da noi. È vero tuttavia che i continui bombardamenti inglesi mi hanno costretto a spostare le armate a ridosso della frontiera sovietica per proteggerle, ma ho preso una decisione finale. Come lei ben sa, signor Segretario generale, in questi mesi ho fatto di tutto per convincere gli inglesi ad un armistizio perché ai tedeschi non piace combattere contro un popolo che considera fratello. Ho anche dato loro una prova del mio atteggiamento consentendo per tre giorni la ritirata da Dunkirk dove avrei potuto distruggere o catturare il loro corpo di spedizione. Ma ora la mia pazienza è finita e ho deciso di scatenare la potente armata ferma lungo le vostre frontiere per sferrare l’attacco definitivo all’isola britannica per mettere fine a questa sciocca guerra. Nel frattempo devo avvertirla, signor Segretario Generale, che alcuni miei ufficiali sono del parere di attaccare la Russia anziché l’Inghilterra e ho dovuto tenerli a freno. Ciò significa che non posso escludere qualche provocazione di alcuni di loro che potrebbero essere tentati di penetrare nel vostro territorio. In questo caso vi prego di informarmi immediatamente attraverso corriere aereo dell’accaduto e vi supplico di non complicare le cose con reazioni militarmente eccessive che renderebbero difficile riportare le cose al punto di partenza. Avvertitemi se accadesse e io interverrò immediatamente».

Zukhov spiegò che le due lettere materiali non esistono più ma che resta agli atti con gli stessi concetti e le stesse parole un comunicato dell’agenzia ufficiale Tass redatto dallo stesso Stalin in cui si smentisce nella maniera più categorica una qualsiasi intenzione tedesca di aggredire l’Unione Sovietica e in cui si aggiungeva anche che qualsiasi notizia di aggressione tedesca si dovesse considerare come provocazione. Il comunicato della Tass esiste tuttora e riferisce, sia pure senza citare la fonte, le stesse parole che Zukhov lesse sulla lettera inviata da Hitler a Stalin. Arrivò finalmente l’alba del 22 giugno. La Wermacht scatenò su tre direttrici una forza d’invasione di circa tre milioni di soldati, forze corazzate, cavalleria, rifornimenti, artiglieria e linee di rifornimenti, accompagnati dall’aviazione di Goering scatenata nel distruggere gli aerei russi al suolo. L’esercito tedesco non incontrava quasi resistenza e catturava centinaia di migliaia di soldati sovietici sbalorditi e disarmati.

Zukhov telefonò alle quattro del mattino a Stalin: «L’invasione è cominciata. Vi attendiamo al Cremlino». Stalin arrivò e tutti erano terrorizzati dalle sue imprevedibili reazioni, più che dalla minaccia dei tedeschi. Molotov raccontò di aver incontrato von Schulemburg, l’ambasciatore tedesco, in lacrime. L’ambasciatore aveva forti sentimenti filorussi e finirà impiccato ad una corda di pianoforte appesa a un gancio da macellaio perché prese parte al complotto di von Stauffenberg per uccidere Hitler con una bomba. Tutta l’aristocrazia militare delle grandi famiglie finirà ai ganci. L’ambasciatore disse: «Sono settimane che cerco di avvertirvi di quel che si sta preparando e adesso è troppo tardi». Il ministro degli esteri Molotov replicò: «Che abbiamo fatto per meritare questo? È possibile fare delle concessioni e risolvere l’equivoco?». Anche Stalin diceva in uno stato di catatonia balbettante: «Che cosa gli abbiamo fatto? Perché ci trattano così?». Poi ricordò le raccomandazioni scritte di Hitler: «Date ordine di reagire soltanto in modo proporzionato e che a nessuno salti in testa di varcare il confine tedesco». Cominciò a chiedere e suggerire che la questione potesse essere risolta per vie diplomatiche. Poi, stremato e sotto un evidente stato di choc, si fece portare nella sua dacia da cui non dette notizie per sei giorni mentre le armate di Hitler dilagavano verso Leningrado, Mosca e Kiev.

Si scoprirà poi che i tedeschi non avevano ancora deciso bene che fare, una volta entrati nell’immenso territorio sovietico e questo li perderà: prendere Mosca? Prendere i pozzi del Caucaso? Prendere Stalingrado? La Russia, come aveva constatato Napoleone, è infinita e non ha senso invaderla: ogni volta l’orizzonte si sposta di migliaia di chilometri e intanto arrivano l’inverno, la fame e le malattie. Al settimo giorno il gruppo dirigente del partito decise di andare a trovare Stalin nella sua dacia. Stalin confiderà di aver nascosto un revolver sotto il cuscino della sua poltrona. C’erano tutti, da Beria a Malenkov a Krusciov. Il figlio di Beria (il georgiano capo della NKVD, cioè della polizia politica, e torturatore al servizio personale di Stalin che fu fucilato dopo la morte di Stalin) racconterà che suo padre e Stalin la sera prima si erano visti nella dacia e avevano brindato allo scampato pericolo: «Visto? Tutti quegli uccelli del malaugurio ci davano nelle mani dei tedeschi e invece non è successo niente. Faremo i conti con tutti i traditori che hanno diffuso il panico».

Non era mai accaduto che il gruppo dirigente del partito si recasse nell’abitazione privata del segretario generale. Vedendoli, Stalin disse alzando la voce: «Perché siete venuti a casa mia?». Risposero quasi tutti insieme, con la voce più forte di Nikita Krusciov che sarà il suo successore: «Compagno Stalin, la patria ha bisogno di voi. Il partito vi chiede di tornare immediatamente al Cremlino per guidare l’Urss nella sua ora più buia». Stalin era sollevato. Dunque, non erano venuti per destituirlo o peggio arrestarlo o, peggio, per ucciderlo. Chiese notizie del fronte. Erano catastrofiche. Accennò per l’ultima volta alla possibilità di proporre ai tedeschi compensazioni territoriali. Molotov gli disse che ogni linea con Berlino era chiusa. Gli dissero che intere divisioni dell’Armata rossa si erano arrese senza combattere perché non avevano armi. Rispose che la politica dei prigionieri di guerra era una sola: sono tutti traditori e i loro parenti vanno subito arrestati. Non si faranno scambi di prigionieri. E non ne fece neanche quando seppe che suo figlio, sottotenente, aveva dovuto arrendersi: «Si sarebbe dovuto suicidare sul posto», fu il suo commento. Aveva perso la scommessa. Hitler lo aveva giocato.

(3 – Continua)