Correvano gli stessi attuali giorni di luglio, un quarto di secolo fa. Uomini e bambini portati via urlando e piangendo strappati alle loro donne e madri dalle truppe di un illegale esercito serbo secessionista, messi in fila davanti alle fosse e trucidati come agnelli, come ebrei, come slavi, come esseri umani inferiori. La colpa? Non razziale, ma religiosa: essere musulmani bosniaci. Di pelle bianca, bianchissima. Spesso biondi con occhi azzurri. Ma, da quando quelle terre furono conquistate dall’Islam ottomano, nel giro di un paio di generazioni tutti i popoli slavi sottomessi, si convertirono all’Islam. I nuovi conquistatori ottomani del XV secolo e per i due secoli successivi, come facevano i conquistadores cattolici in America, non lasciavano alternative: convertirsi, o morire. O nel più civile dei casi, accettare di pagare più tasse e una condizione sociale inferiore. Tutto questo era accaduto da secoli. E ormai da secoli parte di quella che chiamavamo Jugoslavia prima che quel mondo crollasse, era ed è musulmana. E in quanto musulmana, guardata con fastidio e odio dalla gente di pochi chilometri più in là, cristiani di rito ortodosso. Alle spalle di questa mostruosità accaduta fra l’11 e il 22 luglio del 1995, sono passati secoli di intolleranza profonda iniettata da pregiudizi religiosi, sociali, culturali, sessuali, morali ed economici.

Ma alla fine è rimasto un odio etnico e antico. Quell’odio nascosto, venticinque anni fa riportò l’Europa di fronte all’orrore che pensavamo tutti fosse stato sepolto e disinnescato mezzo secolo prima con la fine della più grande tragedia dell’umanità, detto Seconda guerra mondiale con le sue stragi infinite e accurate, i campi, i lager, i gulag, i milioni di ebrei in tutto il mondo cercati e assassinati a uno a uno o in gruppo, massa. E invece, di nuovo: camion, urla, fosse comuni, bambini trascinati per il collo e per le gambe, mitragliatrici contro maschi inermi. L’enormità genocida prevedeva infatti l’astuzia infame di mandare a morte i maschi e risparmiare le femmine che possono essere con comodo ingravidate più tardi dal vincitore e costrette a partorire la sua prole. Questo fu un altro segnale del ritorno del mostro. Negli Stati schiavisti americani le donne schiave potevano essere montate e fecondate a giudizio dei padroni da stalloni da lui prescelti per generare nuovi schiavi selezionati per indole mansueta, forte muscolatura, disciplina e caratteristiche geneticamente desiderabili. In altri Stati schiavisti americani questa pratica era vietata e la famiglia degli schiavi tutelata da norme, se non leggi, applicate dalla religione, ma senza garanze definitive, almeno fino alla reintegrazione dopo la fine dell’apartheid che seguì l’eliminazione formale dello schiavismo.

Ma ciò che accadde nella ex Jugoslavia negli anni Novanta durante il conflitto della cosiddetta Guerra di Bosnia è allarmante, osceno ed esecrando ma non è inspiegabile e, vista la genesi della mostruosità, è sempre possibile. I massacri serbo-cristiani portarono all’intervento americano voluto da Bill Clinton con bombardamento di Belgrado, che fu una enormità assurda e umiliante per tutti. Quando vidi con i miei occhi ciò che era stato fatto a Belgrado dagli aerei decollati dalla Puglia provai molte strette alla bocca dello stomaco e anche una ferita alla memoria e all’identità etica europea. Davvero la Serbia moderna meritava di essere bombardata nei suoi edifici civili per le porcherie delle milizie ribelli che pretendevano senza alcun diritto morale e legale di agire in nome della madre Serbia? Indagando e riconnettendo, si arriva alla famelicità con cui l’Europa occidentale si scaraventò sul cadavere della Jugoslavia del maresciallo Tito (che era stato il delfino di Stalin fino al 1948, quando ruppe e diventò il nemico numero uno di Mosca) per occupare economicamente terre e popoli.

Così, la Croazia diventò una provincia tedesca mentre francesi, italiani, russi e più tardi i turchi si scatenarono in una corsa dell’oro che sembrava inarrestabile. Invece, per fortuna e almeno finora, quella mostruosità è stata bloccata per lasciar spazio ad altre manovre mai viste dopo la fine della guerra mondiale: la Russia – non più Urss – attacca e occupa la Georgia, poi strappa la Crimea all’Ucraina attirandosi le sanzioni europee che compattano ancora di più i russi intorno al loro leader nazionalista, ed è – quella odierna – una Russia alla canna del gas perché il crollo del prezzo del petrolio l’ha gettata nel panico sociale dal quale possono scaturire azioni e avventure militari. Ma quello di Srebrenica nel 1995 è stato il ritorno al passato che non doveva tornare, la ricomparsa dell’assassinio di massa di civili inermi sulla base della loro nascita, etnia, religione. Non. Badate, colore della pelle. Se però volete cercare almeno di comprendere l’infausta permanenza del male e la sua incombente attualità, dovete avere la pazienza di andare a vedere che cosa fossero l’Europa e i Balcani alla fine della Prima guerra mondiale appena cento anni fa quando, a Versailles, fu creato un mostro.

Dei due imperi sconfitti nel 1918, quello asburgico, o austro-ungarico, era un patchwork, un mosaico di etnie e religioni, gruppi tedeschi si alternavano a bielorussi, polacchi, slavoni, slovacchi, slavi in generale, polacchi di etnia tedesca e russi di etnia ucraina, tedeschi ucraini e serbi, croati, montenegrini, trentini, gente di montagna e di mare, col fez o con l’edelweiss, di parlata bosniaca o di uno dei mille dialetti di quel mondo. La presenza di cattolici croati e austriaci, di cristiani greci ortodossi e cristiani ortodossi cattolici, mussulmani sunniti e infiltrazioni sciite, hanno reso difficilissima la semplice separazione logica o geografica non tanto fra etnie diverse, ma fra odi profondi come le esecuzioni di massa che in nome della fede sono state perpetrate per secoli anche nell’Europa occidentale dove si dava seguito al precetto secondo cui “se non sai di che religione sono, uccidili tutti e poi Dio riconoscerà i suoi”.

Nove cadaveri sono stati in questi giorni riconosciuti e ricomposti in una cerimonia della memoria che si è tenuta a Srebrenica, al Cimitero e Memoriale di Srebrenica-Potocari. I giovani che stavano in piedi dietro quelle bare verdi coperte dalla bandiera bosniaca indossavano le mascherine del Covid 19 della nostra strage virale ed erano tutti giovani che venticinque anni fa non erano ancora nati. La maledetta guerra culminata nell’uccisione metodica e selvaggia di esseri umani trattati come bestie al macello durò tre anni, dal 1992 al 1995 e la strage avvenne sotto gli occhi delle truppe dell’Onu di nazionalità olandese che, privi di istruzioni, armi e coraggio morale, lasciarono che il macello avvenisse, nel corso dell’offensiva serba. Quella fu un’ulteriore vergogna delle Nazioni Unite, del mondo sedicente civile e della comunità internazionale. Gli assassini sono in parte ancora a piede libero e Munira Subasic, presidente delle Madri di Serbrenica, è stata una dei pochi oratori che hanno potuto parlare: «Il mio primo messaggio, ha detto, è per i criminali che ancora si nascondono, pere dir loro che li stiamo cercando e non avremo pace finché non li avremo puniti tutti: è il nostro dovere, è il nostro diritto».

Sono parole paragonabili a quelle che lo Stato di Israele pronunciò contro i criminali nazisti, rei di un delitto che non consente perdono e che rende doveroso il castigo. La strage, o pulizia etnica, fu perpetrata a cominciare dall’undici luglio del 1995 dalle unità dell’esercito Serbo-Bosniaco del generale Ratko Mladic, poi catturato nella città di Srebrenica. Alla strage seguì la cacciata di circa ventimila musulmani bosniaci dalle loro terre. Gli uccisi furono accatastati e sepolti con l’uso di bulldozer che ne spingevano i corpi nelle fosse comuni. Molti furono sepolti vivi e i pari furono spesso furono costretti ad assistere all’uccisione dei loro figli, prima di essere a loro volta assassinati.

Ratko Mladic fu giudicato dalla Corte Internazionale dell’Aja e condannato all’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Il processo si è concluso soltanto tre anni fa, dopo il suo arresto avvenuto in seguito a una latitanza di quasi sedici anni. Il titolo che quest’uomo si è guadagnato, dopo aver fatto una brillante carriera militare nella Jugoslavia del maresciallo Tito, è “Macellaio della Bosnia”. Fu catturato il 26 maggio del 2011 da un commando serbo in uniforme nera senza gradi né mostrine, nella casa del cugino Branislav Mladic.