Verso le Presidenziali del 2027
Così Mélenchon punta all’Eliseo: radicale e anti-atlantico
Dall’unità alla frammentazione. Nel mezzo una deriva massimalista e radicale che nell’ultimo decennio ha trasformato la sinistra transalpina dopo i fallimenti di François Hollande. Jean-Luc Mélenchon si candida alle Presidenziali del 2027 e nel farlo scomoda perfino le istanze golliste in antitesi all’Alleanza atlantica. “Se sarò Presidente, la Francia uscirà dalla NATO”, ha tuonato annunciando la corsa all’Eliseo in cui parte, secondo i sondaggi, da un 12% dei suffragi possibili al primo turno.
Quella di Mélenchon è la terza corsa presidenziale dopo il 2017 e il 2022 e il primo reale banco di prova dopo il boom delle legislative del 2024 in cui il Nouveau Front Populaire aveva superato il blocco macronista e quello lepenista, festeggiando il trionfo mettendo a ferro e fuoco Place de la République. L’abbraccio tra sinistra repubblicana e quella massimalista de La France Insoumise ha contribuito a sancire il declino della gauche tradizionale, che fu di Mitterand e Jospin. Una sinistra socialista che, pentita della scelta, oggi si oppone alle derive estremiste e antisistema di Mélenchon, che negli anni ha creato un caratello elettorale letale perfino per i retaggi della Quinta Repubblica. Il movimento è un laboratorio politico che trascende i tradizionali clivages elettorali, unendo istanze neomarxiste a un forte connotato identitario, soprattutto di immigrati di seconda generazione e abitanti delle banlieues francesi, spesso tra le più note no entry zone europee. Mélenchon ha intercettato i grandi delusi della globalizzazione che in passato avevano dato fiducia perfino al Rassemblement National, promuovendo un’agenda che spazia dal ripensamento della proprietà privata alla “collettivizzazione dei beni comuni fondamentali”, dalla restituzione del “potere al popolo” alla riunione di un’Assemblea costituente che sancisca il passaggio alla Sesta Repubblica.
Una transizione talmente democratica che il partito, nel suo programma per il 2027 online, è lapidario nell’affermare “Nessun parlamentare delle vecchie assemblee potrà sedere in questa Assemblea costituente; i delegati all’Assemblea costituente non potranno candidarsi alle elezioni dopo l’entrata in vigore della Costituzione”. Quella sognata da Mélenchon è una Sesta Repubblica che veda una Francia globalista, ecologista, anti-atlantista e pacifista ma soprattutto “antifascista”. Il leader della sinistra radicale è infatti un promotore delle attività dei collettivi di sinistra che ne affiancano le attività politiche, molti dei quali saliti agli onori delle cronache per violenze inenarrabili, tra cui l’omicidio del giovane attivista Quentin. Tra i “picchiatori rossi” di Lione, i membri aggrediti del Collectif Nemesis avrebbero individuato l’assistente dell’europarlamentare della France Insoumise Raphaël Arnault, fondatore della (fu) Jeune Guarde Antifasciste e considerato un elemento pericoloso dall’intelligence francese (schedato con la “Fiche S”). La Jeune Guarde Antifasciste aveva anche pubblicato un manifesto dal titolo “Appello internazionale per il rafforzamento dell’azione antifascista e antimperialista” firmato proprio da Mélenchon, che nessuna parola di cordoglio ha saputo esprimere per il giovane Quentin, certificando la polarizzazione estrema in cui versa la Francia: dal Paese pioniere della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino a quello in cui si muore d’ideali. La Grandeur perduta della Francia ben si riflette nelle utopie massimaliste e neomarxiste di Mélenchon, il più pericoloso degli oppositori dell’ordine repubblicano.
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