All’origine di Omicron, la variante del Covid-19 che sta mettendo in ginocchio in mondo intero, ci sarebbe un doppio salto di specie. Secondo un gruppo di genetisti cinesi guidati da Wenfeng Qian, ricercatore dell’Institute of Genetics and Developmental Biology della Chinese Academy of Sciences, Omicron potrebbe essere nata nei topi a partire da un suo progenitore passato dall’uomo al topo, e poi essere nuovamente arrivata all’essere umano dopo il salto di specie. E’ questa l’ipotesi a cui è giunto lo scienziato cinese, che sta per pubblicare sul Journal of Genetics and Genomics il suo studio. Omicron, infatti, non si è evoluta dalle precedenti varianti del Covid-19 (come Alfa e Delta), ma sembra aver avuto un’evoluzione distinta e parallela.

Già su Science Direct, la squadra diretta dal genetista cinese aveva pubblicato gli studi sull’origine della variante individuata per la prima volta in Sudafrica, partendo da tre diverse ipotesi. In base alla prima ipotesi, il virus potrebbe essere circolato in una popolazione con scarsa sorveglianza virale e nessun sequenziamento. Nella seconda, invece, si evidenzia come il virus potrebbe essere nata da un paziente immunodepresso, incapace di debellare il Covid. E, infine, la terza tesi prende in considerazione la zoonosi inversa, cioè quando c’è una evoluzione del virus in una specie non umana e successivamente fa il salto di specie nell’uomo.

Ed è proprio da quest’ultimo punto che Qian ha mosso i suoi passi per lo studio dell’origine di omicron, acquisendo l’insieme delle mutazioni del virus: la proteina Spike del Sars-Cov-2, capace di legarsi alle cellule dell’organismo ospite, restituisce una fotografia di quante e quali specia animali possono essere infettate dal virus. Da questo pressupposto, come spiega lo scienziato Qian a Repubblica, il gruppo guidato dal ricercatore cinese ha rilevato che la variante Omicron ha accumulato maggior numero di mutazioni nella proteina Spike tra gli oltre sei milioni di varianti del Sars-CoV-2 che sono state sequenziate e note per essersi evolute nell’uomo.

L’alto numero di mutazioni trova quindi una spiegazione proprio nel salto di specie, cioè quando il ‘progenitore’ di Omicron è passato da una specie animale agli umani. Proprio per la zoonosi inversa è stato necessario un notevole numero di mutazioni.

Inoltre, le mutazioni nella proteina Spike di Omicron si sono sovrapposte in modo significativo con le mutazioni SARS-CoV-2 note per promuovere l’adattamento del virus ai topi, in particolare attraverso l’affinità di legame della proteina Spike per il recettore di ingresso delle cellule dei roditori. Come spiega Qian, sono state identificate anche le mutazioni della proteina Spike nelle varianti del Sars-CoV-2 isolate in 17 altre specie animali – tra cui gatti, cani, cervi e visoni – oltre alle varianti trovate nei pazienti umani con infezione cronica, “e in nessuno di questi casi abbiamo trovato lo stesso livello di significatività statistica che abbiamo trovato per le mutazioni caratteristiche del virus quando infetta i topi”.

Per il genetista cinese è improbabile che il progenitore di Omicron si sia evoluto negli umani, come per esempio in un paziente immunocompromesso.

Redazione