Chi ha un po’ di anni sulle spalle sa bene chi sia il signore ritratto in copertina. È Giorgio Bracardi, geniale comico della banda di Renzo Arbore, mentre si esibisce, con il Parlamento alle spalle, in una delle surreali performance che lo resero celebre. Qui interpreta infatti il personaggio che, di fronte a qualunque argomento lo irritasse o lo contrariasse, anche il più banale (“ti piace la minestrina?!”) cominciava ad urlare ossessivamente “in galeraaa! In galeraaa!”.

Personaggio profetico, visti i nostri tempi di populismo penale vigorosamente imperante, checché voglia darci ad intendere il nostro Guardasigilli liberale. Bracardi incarna perfettamente l’idea di una politica della giustizia che ha eletto la pena carceraria e la sfrenata sovraproduzione di nuove fattispecie di reato a cifra identitaria della propria idea di giustizia. Le parole d’ordine securitarie, si sa, rendono elettoralmente, e tanto basta: assecondare la paura, la rabbia, la voglia di ghigliottina della pancia del Paese è ormai un classico della nostra politica, di destra e di sinistra, che in questo primo anno del Governo Meloni ha però raggiunto vette letteralmente parossistiche. Ad ogni notizia di cronaca che abbia fatto sussultare il sismografo dei social o delle trasmissioni populiste che impazzano in tv, segue il preannuncio: in galeraaa!

Ed ecco lo sbizzarrirsi tra rave-party illeciti e omicidio nautico, reato universale di gestazione per altri e aggravanti speciali per l’incendio boschivo, reato di detenzione e diffusione di istruzioni per la preparazione di esplosivi, aumento di pene a pioggia, anzi direi a spruzzo, incremento delle ostatività rispetto alle misure alternative in carcere, fino alla punizione come reato anche degli atti di protesta non violenta in carcere con modalità di resistenza passiva, equiparate -davvero senza pudore- alle condotte rivoltose violente; e tanto altro, di cui parliamo in questo numero di PQM.

Ciò che più indigna chiunque abbia a cuore i principi fondativi della idea liberale del diritto penale, è che questo livido armamentario di manette tintinnanti (a proposito, occhio al nostro talentuoso avvocato vignettista Lapo Gramigni) viene spacciato come ferma e rigorosa attuazione del nobile principio della certezza della pena. Il povero Cesare Beccaria si rivolta nella tomba, dovendo assistere impotente a questa becera trasfigurazione della certezza della pena nella certezza del carcere, che è come confondere le pere con le mele. Per sovrappiù, sappiamo tutti perfettamente, in primis chi se ne fa promotore, che tutto questo ringhiare “in galeraaa!” fa solo danni al tasso di civiltà giuridica del Paese ed al già collassato sistema carcerario, senza la benché minima efficacia social-preventiva.
In definitiva, un mix esplosivo di isteria populistico-carceraria e di una discreta dose di cialtroneria politica. E quindi, chi meglio del grande Giorgio Bracardi?

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Avvocato