La destra e la sinistra? «Nella realtà si constata che sono divenute indistinguibili e pertanto a essere diventata vuota è la loro funzione», perché «quando viene a cadere ogni distinzione tra le due fazioni in lizza, quando gli opposti vengono a coincidere, si fondono nell’amalgama global-liberista, per formare due parti indistinte e organiche al sistema di pensiero egemone, è inutile cercare di appellarci a essa con la speranza che possa gettare luce sul momento presente della realtà politica». La “sentenza” è chiaramente formulata a pagina 350 del voluminoso libro di Simone Rapaccini, docente di storia e filosofia, intitolato semplicemente “Destra e sinistra” (Lindau).

La famosa “diade” sulla quale si è costruita la politica mondiale dal Settecento a oggi può dunque essere riposta nel baule della storia, e per una serie complessa di ragioni. Siamo dunque agli antipodi del celebre volumetto di Norberto Bobbio, che aveva l’identico titolo, nel quale il grande filosofo torinese sosteneva esattamente il contrario, cioè la permanenza e l’attualità della contrapposizione tra destra e sinistra basata sul “clivage” del concetto di eguaglianza. Sulla base della premessa basata sulla fine della contrapposizione classica tra destra e sinistra, Rapaccini scrive che si è entrati nella cosiddetta post-politica, cioè a un passo dalla post-democrazia (Colin Crouch): «In base a questo modello, la massa dei cittadini è relegata ai margini a svolgere un ruolo passivo, acquiescente e apatico». Certo, si vota. Ma «i temi trattati riguardano un numero ristretto di questioni selezionate, poiché la politica viene decisa in privato dall’interazione tra i governi e le organizzazioni sovranazionali pubbliche e private che rappresentano il convergere di diversi interessi economici».

Domina dunque, secondo lo studioso, una «ideologia meccanicista–materialista» capace di plasmare gli orientamenti del popolo attraverso il dominio dei media. È un’analisi abbastanza ultimativa, e in un certo senso catastrofica, sulla quale riflettere.