Hanno ragione Beppe Grillo e il sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè. «Se continuiamo così ci biodegradiamo da soli», scrive in un post di fuoco il garante del Movimento atteso a Roma intorno a metà della settimana. «I 5 Stelle hanno in pratica presentato una mozione di sfiducia contro il loro ministro. Tutto questo danneggia l’immagine del paese e l’azione del governo», commenta infastidito il sottosegretario alla Difesa. Grillo e Mulè, due che non si sono forse mai parlati in vita loro. Così distanti. Per una volta così vicini.

È la prova che la faida 5 Stelle che da una settimana occupa giornali e tg sottraendo spazio ed energia a questioni assai più importanti e delicate come inflazione, costo della vita e scorte di gas, è un gioco che ha stufato e annoiato. Forse non “una tempesta in un bicchiere d’acqua” (cit. Marcucci, Pd) ma un regolamento di conti interno. Che va letto alla luce di un fatto soprattutto: il potere di fare le liste nel 2023 sarà nelle mani di Giuseppe Conte. Conte è riuscito a distrarre l’attenzione dal magro risultato del voto del 12 giugno, ma alla fine per la sua leadership il conto rischia di essere salato.

Di Maio-Conte, 3 a 1
Partendo dalla fine, cioè da ieri sera, possiamo così sintetizzare: Di Maio vs Conte 3 a 1. Nelle intenzioni degli strateghi dell’ex premier doveva essere 4 a zero a favore dell’avvocato del popolo. Ma la partita è un po’ sfuggita di mano. Nel disegno originale di Conte – e di Casalino – ci doveva essere, nell’ordine: scaricare su Di Maio la scissione costringendo il ministro degli Esteri all’uscita; far scivolare sul titolare della Farnesina l’accusa di agitare le acque come ripicca per il voto on line, richiesto da Conte entro la fine di giugno, sulla conferma o meno dell’impossibilità per i parlamentari 5 Stelle di avere un terzo mandato parlamentare; la risoluzione di maggioranza su cui ministri, capigruppo e presidenti di commissione hanno lavorato fino a ieri sera in vista delle comunicazioni che stamani il premier Draghi terrà al Senato alla vigilia del Consiglio europeo (23-24 giugno) doveva contenere il veto all’invio di armi e anche l’obbligo di un maggior coinvolgimento del Parlamento.

La scissione è stata congelata. Idem per l’espulsione di Di Maio. Entrambe evocate con interviste su tv e giornali (in prima fila due generalissimi di Conte come Ricciardi e Todde), al momento non ci sarà né l’una né l’altra. Vedremo fino a che punto il titolare della Farnesina – ieri impegnato in vertici europei – valuterà l’opportunità di restare nel Movimento dopo essere stato sfiduciato. Al momento restano tutti sotto lo stesso tetto. Consapevoli che il futuro politico è destinato a premiare il marchio 5 stelle e non le storie personali. Sul secondo mandato, la bomba è tornata nella metà campo di Conte perché Di Maio & c. – tutti destinati a chiudere nel 2023 la propria esperienza parlamentare – hanno dichiarato di voler restare fedeli alla regola fondatrice del Movimento. Non si può dire altrettanto per i fedelissimi di Conte, Taverna, Crimi & c. che invece sperano nelle deroghe. L’avvocato del popolo ha congelato anche questa decisione. Dovrebbe arrivare Grillo a indicare la strada.

Sull’invio di armi Di Maio ha vinto a mani basse: nel testo della risoluzione di maggioranza è scomparso ogni divieto, non ci sarà alcun disallineamento rispetto alla Nato e alla Ue come invece aveva denunciato il ministro sulla base di circa due mesi di interviste in cui lo stesso Conte – e non altri – ha ipotizzato di poter uscire dalla maggioranza e andare in appoggio esterno. Resta il quarto punto: parlamentarizzare la gestione del conflitto. Con Conte e i 5s si è schierata Leu. Ma è una faccenda che riguarda soprattutto i gruppi del Senato, a loro volta divisi e non compatti. Chiarito da parte del sottosegretario Enzo Amendola che ha avuto mandato da Draghi di portare a casa una buona mediazione, che “non può certo passare l’idea di un commissariamento del governo da parte delle Camere” , la mediazione è stata soprattutto una lotta con le parole. Il punto di caduta è che ci sarà “un coinvolgimento delle Camere prima dell’invio di armi e prima dei grandi consessi internazionali”. Un’informativa-dibattito, non per forza tenuta dal premier, e senza voto. È questo il grande bottino di Giuseppe Conte dopo aver dichiarato guerra al mondo. Poco o tanto, vedremo. Di certo è uno solo su quattro punti che l’ex premier aveva agitato.

Dodici ore per un comunicato
La certezza che sarebbe finita così è arrivata nel primo pomeriggio quando è stato finalmente diffuso il comunicato relativo alla riunione del Gran Consiglio nazionale dei 5 Stelle (il massimo organo di autogoverno del partito, Conte più cinque vicepresidenti, tutti di stretta fede contiana) che si era però conclusa dodici ore prima. Indizio evidente di un passaggio difficile. Nel comunicato non c’è nulla di quello che uno si sarebbe aspettato dopo aver seguito sei giorni di vaffa clamorosi tra Conte e Di Maio. Come minimo, o l’espulsione del ministro o la scissione del Movimento.

I vertici del Movimento hanno invece preferito affidarsi alle parole. Dure, definitive, ma parole senza azioni conseguenti. Che è un po’ la cifra di Conte anche quando governava: prendere tempo, aspettare, vedere. Sul ministro degli Esteri il comunicato si “limita” a bollare come “irrispettose e non veritiere” le dichiarazioni di Di Maio circa la linea di politica estera del Movimento. «Le sue parole – si legge – distorcono le chiare posizioni assunte a maggio e oggi integralmente ribadite, sempre all’unanimità. In particolare le dichiarazioni circa una presunta volontà del M5s di operare un disallineamento dell’Italia rispetto all’Alleanza euroatlantica e rispetto all’Unione Europea. Questo Consiglio non ha mai posto in discussione la collocazione del nostro Paese nell’ambito di queste tradizionali alleanze».

La “sfiducia” a Di Maio
Non solo, Di Maio avrebbe gettato “discredito sull’intera comunità politica e creato allarme per la sicurezza nazionale senza fondamento alcuno”. Ricordiamo che Di Maio si è limitato a dire qualcosa che tutti in maggioranza dicono da tempo a Conte: non si possono fare distinguo sull’invio di armi nel momento in cui l’Italia agisce in un contesto multilaterale che deve restare unito e compatto. Gli uffici della Farnesina, poi, hanno certamente orecchie attente sugli umori delle diplomazie occidentali che ben ricordano come sull’Italia che ai tempi del Conte 1 abbia fatto patti con la Mosca, la Cina, i gilet gialli e il Venezuela. Il comunicato si chiude chiedendo che “cessino queste esternazioni lesive dell’immagine e della credibilità dell’azione politica del Movimento 5 Stelle”. Si richiede un “chiarimento politico” ma non viene presa alcune decisione.

Fico con Conte
Prima del comunicato c’è stata la presa di posizione del presidente della Camera Roberto Fico in difesa di Conte. I maligni pensano a promesse di posti in lista.
È la cosa che forse ha maggiormente ferito il ministro e il suo staff. «Stupiti e stanchi per gli attacchi che diversi esponenti M5s, titolari anche di cariche importanti hanno rivolto al ministro, non ci sarà alcuna replica. Non si può indebolire il governo davanti al mondo che ci osserva in una fase così delicata». Poi è arrivato il Grillo furioso, “con questa guerra sui giornali ci biodegradiamo a tempo di record”. Si capirà nei prossimi giorni se il garante ce l’ha più con Conte o con il pupillo Di Maio. Chissà.
Ma non è che alla fine, citando l’eterno Bordin, si arresteranno tra di loro?

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.