Chi ricorda il celebre scontro Berlusconi-Fini del “Che fai, mi cacci?”, gridato dall’ex leader di An al Cavaliere, può immaginarlo oggi in bocca a Luigi Di Maio, rivolto a Giuseppe Conte. Tra i due è finito tutto: se potessero, si parlerebbero solo tramite avvocati. Ma pure quelli li hanno impegnati tutti: il ricorso a Napoli si rifarà, ci anticipa Lorenzo Borré prima ancora di presentarlo. Non sarà il solo a lavorare, questo fine settimana. I parlamentari dimaiani affilano le armi, dopo l’imbarazzante esito delle amministrative. Rimettono in discussione la leadership dell’avvocato del popolo, con i due tronconi del Movimento divisi ormai su tutto. Giuseppe Conte si muove come nella “pizzica” della sua terra pugliese: ora in un modo, ora nell’altro, decide e smonta. Fa e disfa. Promuove e affonda.

Dopo mesi di chiacchiere in sottovuoto spinto, ha improvvisamente preso a fare nomine, a distribuire contentini: coordinatori locali, capi area, responsabili di questo e di quello. Di Maio, che in questi mesi parla poco, centellina i colpi ma assesta stilettate: “Noi non abbiamo mai brillato alle amministrative, ma non siamo andati mai così male…”, dichiara premendo il detonatore. Tra Draghi e Conte, il ministro degli Esteri sta con il primo. L’ex inquilino di Palazzo Chigi non la manda giù. “Di Maio si mette fuori dal Movimento da solo”, minaccia Conte. “Così diventiamo il partito dell’odio”, la pronta replica dell’interessato. Uno spettacolo demoralizzante che parla da solo al quale in tanti, anche fuori dal M5S, replicano contrariati: “Il loro litigio è un danno per il Paese”, può ben dire Lupi di Noi con l’Italia. Mentre Matteo Renzi chiosa sulla faida: “È il paradosso del paradosso”. E se anche Grillo parla, dopo un lungo silenzio, vuol dire che la saturazione è oltre il limite di guardia. Parlando del limite dei due mandati, filosofeggia.

Ma conclude: “bisogna prevenire il rischio di sclerosi del sistema di potere, se non di una sua deriva autoritaria, che è ben maggiore del sacrificio di qualche (vero o sedicente) Grande Uomo”. Facile indovinare i riferimenti all’autoreferenzialità di Conte, che negli ultimi mesi pretende di decidere un po’ tutto da solo. Le truppe di Di Maio sanno di essere al giro di boa. Si contano: erano 35 tra Camera e Senato fino a maggio. Adesso sono 90, forse cento. E sempre più agguerriti e determinati. Tra i fedelissimi di Di Maio c’è chi invoca la nascita di un soggetto politico che possa poi aggregare pezzi della maggioranza che si ispirano all’azione dell’ex numero uno della Bce. Il senatore Vincenzo Presutto, sentito dal Riformista, dettaglia: “Non è più sopportabile un partito in cui Conte nomina e decide tutto da solo. Le correnti sono il sale della democrazia. Dobbiamo diventare un partito democratico, rifondarci da zero, reinventarci tutto”. Come? “Anche promuovendo un congresso vero e proprio. Una occasione di confronto dove i delegati parlano, si incontrano, votano sulla base di documenti di idee”.

Quelle di Conte non li rappresentano. “Dobbiamo lavorare alla stabilizzazione economica e geopolitica nella direzione dell’Europa e di Draghi”, indica l’economista Presutto, che rappresenta M5S in commissione bilancio al Senato. Senza uscire dal Movimento. “Noi no, non ne usciamo noi”, assicura. “Noi incarniamo lo spirito di democrazia partecipativa delle origini. Per questo siamo contro il leaderismo, deriva velenosa del Movimento”. Il malcontento, veleno o meno, serpeggia. Anche altri starebbero tessendo la trama di un soggetto diverso. Anch’esso anti-contiano, ma vicino a Casaleggio. Enrica Sabatini, partner di Davide Casaleggio, lo dice chiaro: “Conte ha una idea di democrazia molto particolare, più che diretta, autoreferenziale e narcisistica. Pensa che la democrazia sia votare lui, parlare con lui, in realtà è tutt’altro”. E guarda avanti: “Se come Associazione abbiamo in mente di fare qualcosa con Alessandro Di Battista? Stiamo lavorando e studiando alcune prospettive future. Nella vita non si esclude niente”.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.