Mancano dieci giorni al grande giorno. Il secondo turno delle amministrative, domenica 26 alle 23 della sera metterà un punto fermo sulla vicenda politica che precede la pausa estiva. Gli orologi sono puntati. Sarà quello il momento decisivo per stabilire chi vince e chi perde. Chi sale e chi scende. I parziali consegnano un buon equilibrio tra gli schieramenti. La campagna elettorale diventa una campagna acquisti giocata su due piani – nazionale e locale – con tanto di colpi di scena a destra come a sinistra. Uno su tutti: Flavio Tosi entra in Forza Italia, trasformando la sua lista civica in un’area, una sorta di ‘Forza Veneto’, capace di pungolare la Lega ripartendo dai temi evergreen dell’autonomia e della defiscalizzazione.

«Una trasformazione naturale, coerente con la mia storia e tesa a riunire moderati, liberali, riformisti e garantisti in un soggetto unico», ha detto Tosi al Riformista. Che questo soggetto oggi sia Forza Italia e domani un’altra cosa, è nei fatti. Questione di mesi. Tutti i partiti prendono tempo per riavviare le macchine organizzative: il Pd riunisce la segreteria al Nazareno, battendosi il petto per lo scampato pericolo dei referendum sulla giustizia e anzi, minacciando chi dovesse insistere: contro l’ostruzionismo sulla riforma del Csm, “Si metta la fiducia”, punto. E mette poi al bando la tentazione di trasformare questi dieci giorni in una faticosa sarabanda precongressuale. Letta prima apre: «Siamo il primo partito e con generosità apriamo a tutti», poi chiude: «Concentriamoci sui ballottaggi, abbiamo la possibilità di eleggere 13 sindaci in altrettanti capoluoghi. Poi parleremo delle alleanze e del campo largo».

Sgomberare il campo dal dibattito sul crollo verticale dei Cinque Stelle però non è facile. Agevola il compito il favore di un tribunale, quello di Napoli, che grazia Giuseppe Conte. La giudice Loredana Ferrara ha ieri rigettato il ricorso presentato da un gruppo di militanti contro il nuovo statuto del Movimento, convalidando la nomina di Conte quale presidente. L’avvocato del popolo ne approfitta per preannunciare un’altra fase 2, con un elenco di tutto quel che non ha fatto finora: limite dei due mandati, riorganizzazione sul territorio, formazione interna. Ha cioè ripreso il discorso che aveva tenuto al Tempio di Adriano quasi un anno fa, il 28 giugno 2021: ha riletto tutto quel che aveva promesso e non ha mai fatto, e lo ha ripromesso ancora. Ai suoi magari piace così. Il presidente della Camera, Roberto Fico, twitta la sua gioia. Luigi Di Maio invece tace. E Beppe Grillo prosegue il suo eloquente silenzio: dal voto a oggi non ha espresso nessun commento. Matteo Renzi gioca la carta della diplomazia, tenendo la lingua a freno verso Letta e i nervi saldi con Calenda. Ma come spesso accade, i renziani dicono quello che Renzi attende a dire.

Così Ettore Rosato: «La cosiddetta generosità del Pd è un argomento su cui possiamo scrivere un libro. Quel che è certo è che entrare in un campo largo con i 5stelle è per noi impossibile. Non poniamo veti, ma i fatti parlano chiaro, eravamo nel Conte 2 insieme e a quel governo abbiamo staccato la spina per una totale incompatibilità politica, la pensiamo diversamente su tutto: dalla giustizia al fisco, dalle infrastrutture al reddito di cittadinanza. Che senso avrebbe far parte di un campo largo che non è in grado di governare?», si chiede il vice presidente della Camera. E Roberto Giachetti, palma d’oro per il celebre epiteto a Speranza, se la prende con l’analisi di Letta sull’astensione alle urne: «Cioè il segretario del Pd che ha detto che il referendum è buttare la palla in tribuna e che ha fatto campagna per il non voto sui referendum dice che l’astensione sul referendum ha inciso sul voto amministrativo. Speranza ti chiedo scusa per la famosa frase. Letta ti ha superato». Le nubi si addensano. Il campo largo si fa stretto: Calenda esclude Renzi, Renzi esclude Conte, Conte esclude tutti.

In una conferenza stampa, l’ex premier si perde in un pateracchio che la Rete non gli perdona: «Il doppio mandato di fronte all’alternativa un pronunciamento potrà essere a favore se invece il pronunciamento bisognerà dare la possibilità a chi la pensa diversamente in quel caso dovremmo trovare modo perché si chiuda la soluzione anche aprire a tantissimi mandati indefiniti». Aramaico, sì, ma chi vuole capire capisce: siamo qui per accontentare tutti. E se Atene piange, Sparta non ride. Il Movimento affonda mentre in casa Lega la tensione è alle stelle. Luca Zaia avrebbe lanciato la sua Opa sotterranea ma non troppo. Qua e là, gli zampilli emergono, eccome. Si guardi a quel che accade in Veneto. Roberto Marcato, assessore della Giunta Zaia e numero uno del Carroccio a Padova, scrive sui social: «Io credo che una riflessione profondissima e violenta all’interno del nostro partito vada fatta. A partire dal regionale per arrivare al nazionale».

È la prima volta che un dirigente regionale parla di rovesciamento perfino “violento” dei vertici di via Bellerio. Repubblica, più felpatamente, anticipa in un retroscena che i ministri del Carroccio starebbero studiando il modo di commissariare la segreteria. Mettendo Salvini in condizione di non nuocere a se stesso e agli altri. Per smentire l’affondo, o forse per mettere in aria un ballon d’essais, i ministri leghisti si riuniscono e rilanciano l’iniziativa su uno dei capisaldi: «L’Autonomia differenziata è una richiesta di tutto il Paese, un percorso istituzionale destinato a valorizzare le capacità territoriali e soprattutto la responsabilità degli amministratori, voluto per questo dal governo. È da anni che se ne parla e occorre dare una risposta anche ai cittadini che lo hanno richiesto, attraverso un Referendum, i cui risultati non possono essere disattesi». Un nuovo referendum, proprio il giorno in cui tutte le campane suonano a morto per lo strumento referendario? I ministri della Lega ci stanno lavorando: «Dobbiamo uscire dalla vecchia e anacronistica contrapposizione tra Nord e Sud, tra la cultura della responsabilità e l’irresponsabilità: siamo uno stesso Stato e il percorso che stiamo tracciando servirà solo a migliorare il Paese».

Fratelli d’Italia è alle prese con i ballottaggi dove confida di incassare nuovi successi e di mantenere così la distanza di vantaggio con la Lega. Se Lollobrigida e Donzelli sono i delegati di Giorgia Meloni per il presidio della campagna per i ballottaggi, Ignazio La Russa si incarica di sottolineare le differenze con la Lega, diventata inseguitrice dei meloniani. A partire dalla giustizia, dove “Non voteremo mai gli emendamenti leghisti”, fa sapere. Separati in casa, nell’attesa di capire come si riassesteranno gli equilibri interni del Carroccio. Verdi i leghisti ma ancora più verdi gli ecologisti di Bonelli, eccoli citofonare anche loro al Nazareno. «I Verdi hanno ottenuto uno straordinario successo nelle ultime amministrative. Superiamo il 5% e in voti anche Calenda e il M5s. Ad Enrico Letta dico di abbandonare il campo largo e di fare un’alleanza per cambiare l’Italia in meglio», dichiara il Co-Portavoce di Europa Verde Angelo Bonelli. Il grande caos è destinato a durare: subito dopo il voto per tutti i partiti sarà il momento della conta interna. Le elezioni politiche si avvicinano, secondo i sondaggisti né alla Lega né ai Cinque Stelle converrà avvicinarsi alle urne rimanendo in maggioranza.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.