Quella del 21 giugno non è più una data cerchiata in rosso sul calendario del governo e della maggioranza. Avrà forse qualche venatura rosè ma tende già adesso decisamente al bianco. Alla neutralità. Le comunicazioni del premier Draghi sul Consiglio europeo del 23 e del 24 giugno e il conseguente voto sulla risoluzione di maggioranza non avranno né battiquorum né pallottoliere. “La maggioranza resterà unita, si tratta di lavorare bene sulle parole chiave” spiega una fonte di governo. E tra le parole chiave ce ne saranno certamente tre: pace, diplomazia, armi.

I primi a “smontare” il pericolo del 21 giugno sono proprio Giuseppe Conte e Matteo Salvini, i due leader che in un rinnovato asse giallo-verde, spennellato di populismo, con un occhio ai sondaggi dove il pacifismo vince su tutto (sarebbe grave il contrario ma il problema non è il pacifismo) da un paio di mesi hanno creduto di staccare un dividendo politico attaccando Draghi sulla linea tenuta dal governo rispetto alla guerra in Ucraina e l’invio di armi nell’ambito della difesa Nato. Salvini, colto da un furore quasi salvifico, è arrivato ad imbastire rapporti direttamente con Mosca e il partito Russia Unita (quello di Putin e Medvedev, per essere chiari) pur di essere il king maker della pace. Ha capito che si trattava di una trappola solo tre giorni fa quando prima l’ambasciatore russo a Roma ha attaccato i media italiani e poi l’ex delfino di Putin ha detto “odio gli occidentali voglio farli sparire”.

Più per vincoli di copione che per convinzione, entrambi i leader continuano a dire “basta armi, avanti con la diplomazia” ma subito dopo precisano: “Il governo andrà avanti fino alla fine”. È in questa terra di mezzo tra “basta armi” e “fedeli a Draghi” che vanno trovate le parole giuste per dirlo. Pardon, per scrivere la risoluzione di maggioranza che il 21 giugno sarà votata al Senato. Il giorno dopo alla Camera. Il ruolo di mediazione è affidato al sottosegretario agli Affari Europei Enzo Amendola e non al ministro per i Rapporti con il Parlamento, il grillino Federico d’Incà. Non è un dettaglio: con tutto il rispetto per D’Incà, Draghi ha preferito il suo “uomo” a Bruxelles. Che è targato politicamente (Pd) ma ha dimostrato in questi sedici mesi di governo di saper gestire con freddezza e lucidità le trattative più scivolose. “Aspettiamo prima l’ordine del giorno del Consiglio europeo e in base a quello i gruppi di maggioranza decideranno cosa scrivere e come” ha precisato ieri Amendola. La risoluzione dovrà attenersi all’odg del Consiglio Ue, non sarà certo un trattato di geopolitica come qualcuno immagina.

Sia Conte che Salvini chiedono “un cambio di rotta nella politica estera”. “Concentriamoci sulla capacità di dialogare” è il nuovo target del leader 5 Stelle. Una richiesta che sembra quasi superflua visto che da ieri e fino a metà luglio il premier Draghi è impegnato in un Grand Tour nelle capitali europee e del Mediterraneo (Gerusalemme il 13-14 giugno, Ankara il 5 luglio), sette tappe in cerca del cessate il fuoco e di un tavolo di mediazione. Un’agenda che dà all’Italia e al Mediterraneo un ruolo di primo piano nelle trattative. La potremmo chiamare la diplomazia del gas perchè è dai giacimenti di gas nel Mediterraneo est e dalle nuove pipeline in progettazione, che può passare un nuovo assetto geopolitico e la mediazione con Mosca. Le trattative per evitare una spaccatura entreranno nel vivo solo dopo le amministrative e – si spera – senza più le scorie della campagna elettorale. L’accordo tra le forze parlamentari che sostengono il governo è che si proverà a fare un lavoro di maggioranza senza fughe in avanti. Nel governo si ribadiscono i paletti insuperabili, cioè la conferma degli impegni già presi con la Nato e in sede Ue.

Alla fine prevarrà una “formula generica” dove il passaggio più spinoso resta quello sulle armi. I mediatori stanno cercando di capire se sarà possibile non fare alcun riferimento al sostegno militare all’Ucraina. Improbabile. Sarebbe scorretto essere così tanto ipocriti. Fonti di governo, infatti, ricordano che subito dopo il Consiglio europeo, ci sarà il G7 in Baviera (25-26-27 giugno) ed il Consiglio Nato a Madrid (28-29-30 giugno). Sarebbe sconveniente se l’Italia si presentasse agli alleati con una risoluzione ambigua. Così come non è escluso che proprio nei due vertici arrivi una nuova richiesta di armi. “Nella ricerca della pace è necessario che in Ucraina ci sia una linea militare in grado di tenere testa alla Russia” ribadisce il sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè. Detto tutto questo, i due leader hanno anche motivi interni per cui è bene sotterrare l’ascia di guerra e riporre velleità di crisi. Conte è alle prese con il Tribunale civile di Napoli che dovrà decidere circa la legittimità della sua nomina. Lunedì il giudice si è riservato. È chiaroche se per la seconda volta in un anno solare un giudice dovesse invalidare la leadership dell’avvocato del popolo, nel Movimento dovrebbero farsi qualche domanda e cercare in fretta le necessarie risposte.

Salvini a sua volta ha problemi interni dopo l’ennesima scivolata sulle trattative con Mosca all’insaputa del governo. Conte, inoltre, ha problemi seri con il Pd. E viceversa. Dalle parti del Nazareno, per l’occasione, va di moda citare evergreen che non passano mai di moda e rifarsi ad illustri citazioni manzoniane. Lo “spirito di Santa Dorotea”, ad esempio, si “sarebbe impossessato degli sherpa parlamentari che hanno iniziato a lavorare sul dossier del 21 giugno”. Il loro mantra, “come se fossero tanti conti zii, è sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire…” e per questo “si abbeverano all’antica lingua dei dorotei”, corrente democristiana i cui leader erano soliti non dire nulla neanche durante le crisi più delicate.

Ragionava l’altro giorno un deputato dem: “Io credo che Conte abbia ben capito il messaggio che gli ha mandato Letta: una rottura sul tema della guerra metterebbe a rischio la costruzione dell’alleanza e darebbe nuova linfa agli oppositori interni del segretario Pd che vedono molto male l’intesa con il M5S. L’avvocato del popolo sa che deve evitare uno scazzo plateale sulle armi”. E anche sul termovalorizzatore a Roma. Altrimenti salta il diritto a stare nel campo largo di Letta. Insomma, la risoluzione del 21 sarà un abile esercizio di parole a cui si arriverà grazie anche ai silenzi operosi di Santa Dorotea e all’attendismo del Conte-zio dei Promessi Sposi: “Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire”. Aggiustare qualcosa, rinviare e andare avanti.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.