I monitor della Camera dei deputati trasmettono all’unisono e in modalità fissa lo stesso cartello: “La Camera è convocata per lunedì 13 giugno”. Stesso annuncio al Senato. Aule e palazzi deserti già dal 30 maggio. La rispettive conferenze dei capigruppo, l’organismo che decide di settimana in settimana il calendario dei lavori, ha dato appuntamento al 13 giugno. Che poi diventerà martedì 14 perché di lunedì in Parlamento non succede quasi nulla.

Per farla breve, due settimane di vacanza. “Il 12 giugno è election day, si vota in circa mille comuni, i parlamentari devono stare sul territorio…” è la motivazione ufficiale. Una prassi non codificata da alcun regolamento. Da nessuna parte cioè si trova scritto che la settimana prima di un voto amministrativo – quindi in una parte del territorio nazionale – il Parlamento debba stare chiuso. E comunque, anche rispettando una prassi, visto che votano 9 milioni di italiani su 50 aventi diritto, si potrebbe capire se andassero in campagna elettorale i parlamentari di quei territori. Ma non certo tutti i novecento e passa eletti. E non certo per due settimane con la scusa del ponte del 2 giugno.

Piacerebbe incontrare nei corridoi di Camera e Senato qualcuno dei quei deputati e senatori – soprattutto FdI ma a turno anche Lega e 5 Stelle – che accusano il governo di “esautorare il Parlamento”, di non farlo lavorare, di scavalcarlo. Per non parlare di costituzionalisti e professori che hanno evocato regime e dittature nei fatti. Invece nulla: non s’incontra nessuno. Mentre, invece, il governo chiede di fare presto ad esaminare ddl e decreti perché entro fine giugno ci sono scadenze precise: circa venti obiettivi del Pnrr sono in scadenza per quella data; e poi c’è la guerra e l’emergenza inflazione. Il mese di giugno, tra l’altro, oltre che di scadenze vere e proprie è pieno anche di passaggi stretti per la maggioranza di governo. E per il governo stesso. I risultati delle amministrative – e dei referendum – tra il 12 e il ballottaggio del 26 se da una parte congeleranno la campagna elettorale probabilmente renderanno ancora più complessa la convivenza della vasta maggioranza del governo Draghi.

Nel calendario del governo sono segnate in rosso alcune date. Il 20 giugno arriva in aula alla Camera la delega fiscale, un testo approvato in Cdm a ottobre scorso e da allora oggetto di ricatti e ultimatum in commissione Finanze alla Camera da parte di Lega e Forza Italia. La delega è uno degli obiettivi del Pnrr e il governo dovrà poi scrivere i decreti delegati entro la fine dell’anno. La gestazione della delega fiscale è stata terremotata più volte e soprattutto per quello che riguarda il nodo del catasto e della sua revisione attesa da otre trent’anni. La mediazione alla fine sembra essere arrivata: la revisione e l’aggiornamento delle piante catastali finalmente ci sarà con la clausola che in alcun modo scatteranno nuove tasse sugli immobili in seguito alla revisioni degli estimi. Almeno non fino al 2026. Lega e Forza Italia hanno “sottoscritto” un patto in questo senso con la presidenza del Consiglio. Vedremo se da qui al voto a qualcuno verrà in mentre si sollevare altre questioni.

La settimana prima, tra il 13 e il 14 giugno, la commissione Industria della Camera dovrà iniziare ad esaminare l’altro dossier divisivo, quello sulla Concorrenza, un’altra delega al governo che dovrà poi scrivere i decreti entro la fine dell’anno. Su questo testo il premier Draghi due settimane fa ha minacciato di mettere la fiducia per uscire dalla palude dei rinvii. In questo caso il nodo principale è stato quello dei balneari: dopo mesi di stop and go, la mediazione è stata trovata e già votata dal Senato. Che però ha lasciato in eredità ai collegi della Camera l’esame di dodici articoli – tra cui i tassisti e ambulanti – che non sono meno complessi di quello relativo ai balneari. Qui i tempi sono un po’ meno serrati ma il testo dovrà in ogni modo essere approvato in dalla Camera e poi dal Senato che dovrà dare l’ok definitivo entro la pausa estiva. Non è finita. Il 21 giugno sono previste le comunicazioni del presidente Draghi al Parlamento prima del Consiglio europeo del 23-24 giugno.

Si tratta del famoso tagliando alla linea del governo rispetto alla guerra in Ucraina e quindi al decreto che a fine febbraio aveva dato via libera all’esecutivo di inviare armi a Kiev nell’ambito dell’operazione difensiva decisa dalla Nato. A fine febbraio tutti i gruppi – tranne Alternativa, Italexit e Sinistra italiana – avevano votato il decreto del governo. Un mese e mezzo fa sono iniziati i distinguo: Conte da una parte, Salvini dall’altra hanno iniziato ad indossare la maglietta dei pacifisti e a inanellare una sequenza di mezze verità: “Basta armi all’Ucraina”; “Basta escalation”; “Rischiamo un conflitto mondiale”; “gli italiani non riescono a pagare le bollette”. Esattamente quello che la propaganda russa semina in giro sperando così di indebolire il fronte, finora compatto, della Ue e della Nato. Tutto nella speranza di intercettare i voti del popolo pacifista che dice no alla guerra ma ancora non ha saputo indicare una soluzione reale al conflitto.

Se la Lega alla fine troverà il compromesso lessicale sufficiente per arrivare ad una risoluzione di maggioranza, dal fronte 5 Stelle potrebbero saltare fuori sorprese. Da qui ad allora ci sono due variabili decisive: la prima è la performance del Movimento alle amministrative (dove però presenta solo 64 liste su 8761 comuni al voto); la seconda è la decisione del Tribunale di Napoli sulla regolarità della leadership di Giuseppe Conte col rischio, come già era successo la scorsa estate, che il Tribunale civile annulli l’elezione di Conte leader del Movimento. È chiaro che se dovessero andare male entrambe le cose, Conte potrebbe decidere di uscire dalla maggioranza, dare vita ad una propria lista con una cinquantina dei parlamentari (il simbolo sarebbe già depositato ed è “Con Te”) che a quel punto andrebbe in appoggio esterno al governo per fare una campagna elettorale per le politiche a mani libere.

Infine c’è il decreto Aiuti, quello che ha abbassato i costi della benzina e ha distribuito risorse per 30 miliardi alle famiglie più povere e alle imprese mese in ginocchio dal caro bollette. In quel decreto, che deve essere convertito entro il 30 giugno, c’è la norma sul termovalorizzatore di Roma. Conte ha già detto: “Mai voteremo questa roba”. Però il sindaco Gualtieri (Pd) lo vuole per dare una svolta alla gestione rifiuti nella Capitale che ha raggiunto livelli epici. Al contrario, ovviamente. Con questa mole di lavoro e rivendicando un giusto protagonismo, non si capisce perché tutto il Parlamento sia andato allegramente in ferie per due settimane. Sarà bene ricordarlo la prima volta che qualcuno accuserà il governo di “umiliare le prerogative del Parlamento”. Perché in questo frattempo il governo, invece, lavora.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.