In “presenza” viene tutto meglio. Non ci sono dubbi. Anche quei chiarimenti che stanno sulla linea sottile che separa un “vaffa” da un “ti spiego”. Ed è venuto benissimo il chiarimento tra il premier Draghi e quella fetta larga di Parlamento che non vuole la riforma del catasto perché è “una patrimoniale”. Il chiarimento c’è stato e, da qualunque punto di vista lo si voglia vedere, ha vinto Draghi. Che ha fatto Draghi e ha ribadito a voce e guardando in faccia gli avversari: la riforma del catasto non porta aumento di tasse; chi si oppone, vuole dire che teme l’emersione degli abusi e delle irregolarità nel campo dell’edilizia; questo governo è nato per fare le riforme e non per stare fermo. Nonostante guerra e pandemie. Applausi ripetuti dalla parte sinistra e dal centro dell’emiciclo. Urla belluine dallo spicchio a destra, quello di Fratelli d’Italia. Sostanziale silenzio tra i banchi di Lega e Forza Italia che in Commissione, pur essendo in maggioranza, hanno votato contro il governo.

La questione catasto è stata messa sul tavolo da Fratelli d’Italia che ieri, con gli altri gruppi parlamentari, ha chiamato il premier in aula per un question time lungo 70 minuti. Effetti economici della guerra, i programmi per i profughi, quale Europa, quali regole, strategie e priorità di fronte a questa nuova crisi. Temi delicati su cui il Parlamento ha preteso un confronto diretto con il capo del governo e non mediato da qualche ministro. Si sta creando, anche sulla guerra, la stessa infodemia spesso strumentale che si è creata sulla pandemia. È importante spezzare subito ricostruzioni sbagliate e parziali. È necessario sentire spesso la parola del governo. Che ci deve mettere la faccia – anche più spesso di quello che ha fatto finora – spiegare e indicare la strada. Eppure per Fratelli d’Italia il problema è il catasto, una riforma – ha detto il capogruppo Lollobrigida preso da un insolito furore retorico – «di cui non si sente certo il bisogno anche se la chiede l’Europa. Le famiglie e le imprese non hanno lavoro e non possono accettare una tassa sul bene più prezioso, la casa». A questo punto Draghi ha fatto Draghi e ha quasi perso la pazienza. «Prima di rispondere nel merito – ha detto cercando Lollobrigida tra gli scranni dell’emiciclo – vorrei fare una considerazione sulla sua domanda che rivela un equivoco profondo. Non è che siccome c’è l’emergenza bisogna fermarsi, niente riforme, niente cambiamenti. Ricordo a tutti che questo governo non è nato per stare fermo». Applausi da spellarsi le mani, Pd, Iv, Misto soprattutto. Anche i 5 stelle si sono uniti. Imbarazzo in Forza Italia e nella Lega.

L’imbarazzo è stato elevato al cubo quando Draghi ha affrontato, per l’ennesima volta, il merito della questione catasto. «L’intervento della legge delega non porta ad alcun incremento dell’imposizione fiscale sugli immobili regolarmente accatastati. Nessuno pagherà più tasse per questo». La riforma punta invece a rafforzare il contrasto alle irregolarità e agli abusi e a modernizzare gli strumenti di individuazione e controllo delle consistenze di terreni e fabbricati. «Per inciso l’impianto del catasto è del 1939, ci sono state tante cose in mezzo, anche una seconda Guerra mondiale. Non solo gli estimi su cui sono basati i gettiti oggi sono dell’89, sono passati 23 anni…».Gli anni in realtà sono 33, come gli urlano dai banchi di Fratelli d’Italia… «Eh scusate, ma c’è così tante emotività su questo tema che anch’io mi sbaglio». Risate. Una mappatura, ha aggiunto, che «non ci serve per aumentare le tasse, ma per capire lo stato del patrimonio immobiliare» perché non se ne può più di calcolare Imu, Ici, Tari, Tasi “su valori inesistenti perché vecchi di 33 anni. «Vogliamo questa riforma perché vogliamo trasparenza». La replica di Fratelli d’Italia è stata sguaiata e sopra le righe, in una parola villana, una modalità che ha disturbato persino Lega e Forza Italia.

Chiuso, almeno per ora, il dossier catasto (la Commissione Finanze continuerà a votare la delega fiscale procedendo “con incontri bilaterali” punto per punto ha promesso il ministro D’Incà), il resto del question time ha messo in fila le emergenze nate dal conflitto in Ucraina. Priorità come energia, clima e difesa che sono diventate la nuova agenda europea per cui è urgente che non solo i singoli stati ma la comunità dei 27 paesi europei “riveda rapidamente le regole” . L’agenda del governo è scandita in quattro punti: diminuire l’import di gas dalla Russia «che è aumentato anche dopo l’annessione della Crimea» nel 2014, segno «he c’è stata sottovalutazione nelle politiche energetiche ma anche in politica estera»; diversificare le fonti per l’approvvigionamento di energia e per l’agroalimentare; ridurre i consumi di energia; aiutare le imprese e le famiglie. Per i primi due trimestri del 2022 «sono già stati stanziati 16 miliardi». Ma non bastano. «Dobbiamo muoverci con rapidità e decisione per difendere il potere d’acquisto delle famiglie e la competitività delle nostre imprese. Forse è anche il caso di dire la sopravvivenza delle nostre imprese». Diagnosi corretta, senza sconti.

La cura prevede la diversificazione delle forniture per sostituire i 29 miliardi di metri cubi che sono l’import annuale di gas dalla Russia; aumentare il contributo delle fonti rinnovabili che «resta l’unica strategia fondamentale nel lungo periodo». E poi “aumentare la produzione nazionale di gas”, con la prospettiva di raggiungere una quota di produzione interna di 5 miliardi di metri cubi (ora siamo a 2,5; vent’anni fa eravamo a 20 miliardi). L’incremento avverrà sfruttando le concessioni esistenti “per il periodo 2022-2031”. I nuovi volumi di gas saranno offerti alle industrie e alle piccole e medie e imprese. E poi stoccaggio entro il prossimo autunno (con l’obiettivo di arrivare al 90% della capacità). Far funzionare a pieno regime i gassificatori esistenti, installarne di nuovi, mobili e galleggianti. Soprattutto serve “una vera semplificazione burocratica”. Draghi è stato su questo punto tranchant: «Se non superiamo il grosso ostacolo dei procedimenti autorizzativi, non andiamo da nessuna parte». Messaggio per chi tra sovrintendenze, ministeri ed enti locali ha finora rallentato la transizione energetica che “adesso deve assolutamente accelerare”.

Il premier ha fatto chiarezza anche sul nucleare perché la situazione è tale che non si può essere né conservatori né schifiltosi. Il nucleare è quindi in agenda. «L’impegno tecnico ed economico è concentrato sulla fusione a confinamento magnetico, attualmente l’unica via possibile per realizzare reattori commerciali in grado di fornire energia elettrica in modo economico e sostenibile». Il Consorzio Eurofusion prevede l’entrata in funzione del primo prototipo di reattore a fusione nel 2025-28. Non è una soluzione per l’oggi. Lo può diventare per il domani. Per quel “di più” che serve a famiglie ed imprese – e quindi per uno scostamento di bilancio – se ne riparlerà tra un mese quando il governo dovrà presentare il Documento economico finanziario. Una cosa è chiara: «Noi – ha detto Draghi – continueremo a sostenere il nostro sistema produttivo». Il tema sono gli strumenti. E qui l’Italia non può fare da sola. «È chiaro – ha aggiunto Draghi – che molte delle regole che ci hanno accompagnato negli ultimi anni oggi devono essere rilette e riviste». Patto di stabilità, aiuti di Stato, regolamenti comunitari in ambito agricolo, «tutto ciò che oggi impedisce una risposta rapida all’emergenza va rapidamente rivisto». È il menu del vertice europeo informale in programma a Versailles oggi e domani. Un menu rivoluzionario. Tanto quanto quello della pandemia.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.