E adesso vediamo tra governo e gruppi parlamentari chi bara e chi fa sul serio. Mentre le coalizioni a destra e a sinistra stanno facendo gran uso di cerotti per affrontare “unite” l’appuntamento elettorale di primavera e dell’autunno (a fine settembre si vota il sindaco di Palermo), il premier Draghi ha sul tavolo quei dossier che possono essere decisivi in tanti sensi: per dimostrare che, passata la buriana Quirinale, il premier ha preso in mano le redini del governo come e meglio di prima; che in realtà i partiti anche di maggioranza sono già in campagna elettorale e d’ora in poi non valuteranno più il merito ma il numero di bandierine da alzare; e che dunque era solo una balla il leit motiv per cui “Draghi non deve andare al Quirinale perché quello che conta veramente è palazzo Chigi”.

Troppe volte si è parlato in questa legislatura di “momento di svolta”. Poi la svolta è stata sempre rinviata. Adesso il tempo è scaduto. E si può parlare del momento della verità. Una sorta di Prova del 9 che Draghi – e questa è la novità – non ha alcuna intenzione di rinviare. I dossier della verità sono tanti. Quelli più ravvicinati, parliamo delle prossime settimane, riguardano le concessioni balneari (decreto Concorrenza), la revisione del catasto (decreto fisco), le misure contro il caro energia e nello specifico le misure strutturali per rendere il paese meno dipendente dalle importazioni dall’estero, come correggere i bonus edilizi che sono “la più grande truffa nella storia della Repubblica”, la riforma del Csm. Sono tutti dossier dove il governo lascia la parola al Parlamento ma con tempi predefiniti (sono norme legate al raggiungimento degli obiettivi del Pnrr, 100 nel 2022 per circa 45 miliardi di prestiti) e con paletti fermi. Uno fra tutti: spendere bene, presto e non fare debito cattivo.

I bonus edilizia
Qualche numero per capire il fenomeno. Al 31 dicembre, le cessioni di credito relative alla totalità di bonus edilizi comunicati all’Agenzia delle Entrate erano 4,8 milioni, per un controvalore di circa 38 miliardi di euro. «Un giro di soldi enorme, per lo più dello Stato, nei fatti senza strumenti di verifica» ha osservato l’Agenzia delle entrate che ha generato «false certificazioni fiscali». Cosa che ha fatto sì che «questa moneta potesse circolare molto facilmente e altrettanto facilmente potesse essere falsificata». Le cessioni di bonus edilizi intercettate dall’Agenzia delle Entrate e dalla Guardia di Finanza come sospette ammontano a oltre 4 miliardi; di questi, 2,3 miliardi sono già stati oggetto di sequestro giudiziario.

Il 46% delle truffe riguarda il bonus facciate; il 34% l’ecobonus; per l’8% il bonus locazioni/botteghe e ancora per l’8% il sisma bonus; il 3% il super bonus del 110%. Una quota significativa di questi 2,3 miliardi, circa un miliardo e mezzo, è già stata incassata. Ci sono indagini in corso delle Procure di Roma, Napoli, Rimini, Treviso, Foggia, Perugia e Brescia. Le inchieste della magistratura e i maggiori controlli già decisi dal governo a novembre (il visto di conformità; asseverazione della congruità dei prezzi; poteri di controllo all’Agenzie delle entrate; limitato il numero delle cessioni dei crediti fiscali che è stato illimitato all’infinito) ha prodotto lo stop di molti cantieri. Da qui il grido d’allarme del settore che parla di “rischio lockdown per l’edilizia”. I bonus, che sono cinque di diverso tipo, hanno fatto sì che il settore contribuisse per un punto di pil sul totale di 6,5. Adesso sono allo studio altre misure, ad esempio “tracciare meglio le singole operazioni attribuendo a ciascuna un codice”, una sorta di bollino antitruffa per risalire alla prima cessione del credito. La Guardia di finanza ha chiesto che la cessione del credito sia “almeno perimetrata”. Le aziende edili premono perché possa comunque tornare ad essere multipla e cedibile. Sembrano tutti d’accordo. Premier e ministro hanno spiegato di «voler far ripartire il mercato in sicurezza e con le necessarie certezze per tutti gli operatori».

Le aziende premono perché i controlli hanno bloccato i cantieri. Un emendamento potrebbe arrivare a giorni nel decreto Milleproproghe. Ma i 5 Stelle, che hanno voluto la norma, dicono che si tratta di «poche mele marce in un giro d’affari enorme» che, rivendicano, «ha fatto ripartire il Paese». Per l’1% del pil rispetto al 6,5%. Il ministro Giorgetti (Lega) domenica ha dato fiato al pensiero: «Con i bonus per l’edilizia – ha detto in un’intervista – stiamo facendo salire i prezzi e contribuiamo all’inflazione. Diamo soldi ai miliardari per ristrutturare le loro quinte case delle vacanze. Ride tutto il mondo». I 5 Stelle si sono offesi, a cominciare da Conte che a suo tempo andava nelle piazze a dire, testuale, «avete capito bene, potrete ristrutturare la casa gratuitamente». Il segretario Salvini ieri ha corretto: «I bonus sono necessari, guai a rallentare il settore ma servono anche controlli». Vedremo cosa succederà nella discussione sul Mille proroghe in Commissione Bilancio della Camera. I 5 Stelle sono sul piede di guerra. Anche se “decapitati” dal tribunale di Napoli.

Il caro bollette
Per Draghi e tutto il governo è la vera emergenza. Al Mef ci hanno lavorato sopra tutto il fine settimana. Draghi lo ha detto: ci sarà un intervento diretto con soldi per contenere l’aumento (taglio strutturale dei costi fissi è la prima ipotesi) nelle bollette di famiglie e imprese; e ci sarà un intervento strutturale per cominciare ad essere meno ostaggio delle importazioni di gas. Non è chiaro se sarà tutto nello stesso decreto o diviso in due diversi provvedimenti. Entrambi potrebbero però non arrivare nel cdm di domani ma in quello di giovedì. Per quanto riguarda i sostegni si parla di 4 miliardi trovati tra i risparmi di spesa o le maggiori disponibilità di bilancio rese possibili da un 2021 andato meglio del previsto. Poi le aste per il consumo di anidride carbonica. Sullo sfondo anche l’opzione della tassa sugli extra-profitti delle società che producono energia. Non solo rinnovabili (circa 1,5 miliardi) ma anche al settore delle fonti fossili. Infine l’aumento delle estrazioni di gas nazionale. Dal 3% attuale al 6-7%. Su questo punto la destra esulta e i 5 Stelle affilano le armi. Finora, da luglio scorso, lo Stato ha messo 10,2 miliardi contro il caro energia. Ma gli effetti sono impercettibili.

Balneari
La riforma delle concessioni demaniali balneari dovrebbe essere introdotta con un emendamento al disegno di legge delega sulla concorrenza che è all’esame del Senato. Il governo ha scelto la strada di procedere con le aste pubbliche, in linea con le raccomandazioni di Bruxelles. Italia viva dice ok alla libera concorrenza «ma senza mortificare le 30 mila imprese e famiglie che da generazioni lavorano e investono nel settore». Lega e Forza Italia sono in imbarazzo: quello dei balneari è un loro bacino di consenso elettorale e Fratelli d’Italia li sta superando a destra. Ieri in aula alla Camera doveva essere discussa una mozione di Fdi che chiede la proroga delle concessioni per 90 anni. In pratica di non considerare balneari e ambulanti tra le categorie soggette alla direttiva Bolkestein. Un modo per cancellare il faticoso dibattito di questi anni. Una provocazione. Che per motivi di orario non è stata votata ieri sera tra le rimostranze del capogruppo Lollobrigida. Oggi dovrebbe decidere il Consiglio dei ministri. Anche qui, nuvole nere all’orizzonte.

La giustizia
Infine c’è il dossier giustizia, tra riforma del Csm presentata la settimana scorsa dal ministro Cartabia e approvata all’unanimità nel Consiglio dei ministri e i sei quesiti referendari stamani all’esame di ammissibilità della Corte Costituzionale. «Il Parlamento ha chiesto giustamente di poter fare un’ampia discussione su questa riforma su cui ci sono ancora alcuni nodi da sciogliere. I capigruppo e i ministri si sono impegnati a rispettare le scadenze» ha spiegato Draghi. Le regole d’ingaggio sono chiare: il governo non metterà la fiducia, i partiti devono fare bene e presto. I tempi sono stretti. Domani dovrebbe iniziare il lavoro sugli emendamenti in Commissione giustizia. E qui si vedrà chi bara e chi fa sul serio. Draghi tiene il banco.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.