Aspettando Matteo Renzi. «Vedrai, la prossima settimana il leader di Iv lancerà Draghi presidente, avrà convinto anche Berlusconi il cui passo indietro sarà più che giustificato di fronte alla candidatura dell’attuale premier. Sarà un pacchetto: Draghi al Colle e un patto di legislatura blindato con l’indicazione del nuovo premier condiviso» dice un leader di area centrosinistra che però non è nel Pd. Un dirigente grillino, magari non un fedelissimo di Conte, passeggia in Transatlantico alla Camera in attesa che nella saletta del governo si riunisca la maggioranza con il ministro D’Incà per fare bene il punto sul timing della legge di Bilancio. Il testo è arrivato in aula ieri alle 14, sarà messa la fiducia perché la manovra deve essere approvata entro il 31. I tempi sono veramente stretti. Ed è bene studiare ogni mossa per evitare errori figli della fretta che possono compromettere il lavoro fatto.

Il dirigente/parlamentare grillino ragiona a voce alta: «Stiamo aspettando la mossa, un segnale, molto probabilmente sarà quello di Renzi a cui va riconosciuto di saper muovere i pezzi sulla scacchiera. E comunque oggi sento molto parlare di Draghi, la sua candidatura sta crescendo insieme con il patto per portare avanti la legislatura». Poi arriva il capogruppo di Leu Federico Fornero: «Quirinale? Oggi ci sono 78 mila contagi. Tutto in una settimana. A metà gennaio, quando voteremo il Presidente della Repubblica, rischiano di arrivare a 100-150 mila. E per quanto la percentuale dei ricoveri sia molto bassa, rischia di essere sempre molto alta rispetto al numero dei contagiati». E quindi? «Dovremo fare i conti con il grande elettore Omicron…». Una Variante che analisti politici e osservatori non hanno pesato fino in fondo e che potrebbe convincere tutti, a cominciare dal presidente Mattarella e di conseguenza Draghi, a non toccare nulla nel complesso e delicato risiko della politica italiana.

Sono giornate di stallo. E di calma apparente. Enrico Borghi, segreteria Pd, butta la palla nell’altra metà del campo: «Finché resiste questa cosa di Berlusconi, la discussione è congelata e restando congelata è come il calcio ad agosto: chiacchiere e fantacalcio…». Il Nazareno giocherà la partita il 13 gennaio quando sono convocate Direzione e gruppi parlamentari. Un po’ tardino, in effetti. Intanto ognuno gioca le sue carte: Bettini dice no a Draghi sì ad un politico; Franceschini anche, ma i motivi potrebbero essere altri. Orlando pure. Tutte mosse per vedere l’effetto che fa. Base Rifomista non si metterebbe mai contro Draghi e i suoi desiderata ma certo lo preferirebbe a Palazzo Chigi. «Perché il problema è triplo – si spiega – il Quirinale ma anche palazzo Chigi e la durata della legislatura». Togli Draghi dalla casella Chigi e viene giù tutto: chi garantisce l’azione di governo? E con quale maggioranza? E fino a quando? Domande intrecciate che pretendono risposte sicure. E al momento qui di sicuro ci sono solo i numeri del quorum: 673 nelle prime tre votazioni (con maggioranza di 2/3) e 505 dalla quarta (maggioranza assoluta). Il quorum infatti si calcola sempre sui Grandi elettori (1009) anche se ci saranno assenze per i contagi.

Aspettando Matteo Renzi, quindi. Che è al lavoro da settimane, forse mesi, avendo capito senza ipocrisie che il Presidente numero 13 deve essere eletto con i voti del centrodestra. Parlare con Salvini, cosa che il leader di Iv fa da tempo, non vuol dire strizzare l’occhio al centrodestra ma trattare con il centrodestra. Piaccia o no, è necessario. Il senatore fiorentino non scopre le carte con nessuno. Neppure con i suoi. La enews di ieri però offre qualche indizio. Rifiuta il ruolo di “ago della bilancia”. «Sul Quirinale – scrive – leggo i soliti retroscena di chi diceva che, nel 2015, avrei scelto il nome del Presidente con Berlusconi e di chi, nel 2021, diceva che avrei chiuso con Conte per un ministero in più. Questi profeti del nostro tempo dicono che io voglio fare l’ago della bilancia. Eppure è semplice da capire: se avessi voluto fare l’ago della bilancia, non avrei mai lavorato per il Governo Draghi ma avrei, al contrario, fatto nascere il Conte Ter, dove saremmo stati ben più incisivi e numericamente rilevanti. Non l’ho fatto perché noi di Italia Viva prima pensiamo al Paese, poi al nostro interesse di parte». Dunque Italia viva non gioca la partita a dividere per poter contare di più. È, questa, la partita Draghi che dovrebbe essere votato alla prima, massimo alla seconda votazione con un quorum larghissimo, si parla di 700 voti. Partita, sappiamo, in tre mosse vincolate l’una all’altra: Quirinale, palazzo Chigi, legislatura. Anche se l’arrivo nel gruppo di due nuovi deputati (Iv oggi conta su 45 voti) vuol dire stare pronti a giocare anche altre partite, non allargate.

«Io credo – confessava ieri un parlamentare del Centro – che un leader in queste ore, soprattutto dopo aver letto i motivi del niet a Draghi spiegati da Goffredo Bettini, stia lavorando di buona lena e nelle direzione opposta per portare un grande accordo complessivo che riguardi il Quirinale e Palazzo Chigi, con una scelta che premi il Presidente del Consiglio ma che lasci alla politica i suoi spazi a Palazzo Chigi”». In pratica lo schema che sta uscendo in zona bouvette prevede un grande compromesso dove Draghi riuscirebbe a conquistare il Colle, i partiti rioccuperebbero la presidenza del Consiglio e non con il ministro Franco od un altro o altra tecnica, ed i grandi elettori otterrebbero la agognata garanzia della fine naturale della legislatura. Insomma, si ragiona, «non sembra possibile che la disponibilità di Mario Draghi venga completamente ignorata ed i grandi elettori si ispirino al motto franceschiniano ‘tutti tranne lui’. Così come non sembra proprio possibile che nessuno tra i leader che lo hanno voluto in tutti i modi a Palazzo Chigi si muova per garantire all’ex governatore l’ascesa al Quirinale».

Per emergere tale piano ha ancora bisogno di qualche giorno di lavoro, diplomazia, strategie condivise. E di superare alcune date, il discorso di fine anno del Presidente Mattarella e la convocazione della seduta comune da parte del Presidente della Camera Roberto Fico. Il tempo è necessario perché tutto questo ha una precondizione: deve saltare la candidatura di Silvio Berlusconi che sta imbrigliando il centro destra. E deve essere il Cavaliere in persona a fare il passo indietro. Per intestarsi magari il passo avanti: la candidatura di Draghi. A quel punto la candidatura del premier al Colle potrebbe essere portata da due leader, uno dei quali sarebbe lo stesso presidente di Forza Italia. «Anche stavolta – promette Renzi nella enews – saremo impegnati per garantire un quadro istituzionale utile all’Italia, non a inseguire interessi di bottega».

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.