«Ringrazio l’onorevole Meloni di questo gradito invito che è la terza puntata almeno di un dialogo iniziato all’inizio del mio mandato al governo grazie a quella lettera scritta al Corriere della Sera. Da allora è andato avanti in maniera serrata ed essere qui oggi è un altro passaggio importantissimo perché Fratelli d’Italia è l’unico partito di opposizione». Così parla la ministra della Giustizia Marta Cartabia seduta nel grande palco circondato da stelle di natale rosse che è il cuore della festa di Atreju, la kermesse politica di Fratelli d’Italia. E tanti saluti a steccati, pregiudizi e non possumus che hanno fatto abbondantemente il loro tempo. «Non ho mai partecipato ad alcuna festa politica – sottolinea la ministra – Essere qui per me oggi è però un atto dovuto perché in una democrazia si dialoga soprattutto con l’opposizione».

E i 400 stipati, tutti con green pass, sotto il tendone di Atreju esplodono in un lungo applauso più forte e rumoroso del temporale che ieri sera ha allagato Roma. Nulla poteva essere più dolce per la padrona di casa Giorgia Meloni seduta in prima fila tra Guido Crosetto, Adolfo Urso e l’onorevole Andrea Delmastro Delle Vedove, il deputato avvocato e responsabile giustizia di Fdi. Conviene partire dall’inizio: la ministra della Giustizia Marta Cartabia è stata l’ospite di onore della giornata di ieri che comunque aveva in programma anche Giuseppe Conte (ore 19) e alle 17 il sociologo Luca Ricolfi che ha dibattuto sul suo ultimo libro con due eretici del politically correct come il professore Cardini e il direttore Piero Sansonetti, il primo da destra e il secondo da sinistra. Il clou della giornata era la ministra Guardasigilli. Per tanti motivi: non frequenta palcoscenici politici ed è refrattaria ad interloquire con giornalisti e telecamere. In perfetto stile Mattarella, del quale è stata allieva e pupilla ai tempi della Corte Costituzionale di cui è stata la prima presidente donna. Ed anche in perfetta sintonia con Mario Draghi che su questo fronte ha fatto nei mesi grandi passi avanti.

Al di là del profilo e dello stile riservato e pragmatico, la ministra ha anche in agenda alcuni passaggi chiave del suo mandato e della legislatura: oltre i decreti delegati che dovranno far camminare la riforma del processo penale, sono in scadenza anche la legge che riforma il Csm travolto, con tutta la magistratura, dallo scandalo Palamara, la riforma della magistratura ordinaria e dell’ergastolo ostativo. Per non parlare dei sei quesiti referendari (proposti da Lega e Radicali e quattro firmati anche da Fdi) che potrebbero essere votati in primavera. Per qualcuno, la vera riforma della giustizia. Appena siede sul palco con il direttore del Corsera Luciano Fontana e il magistrato Nordio, la ministra viene travolta da quel fiume in piena che è l’onorevole Delmastro Delle Vedove che tra proposte, suggerimenti e mezzi ultimatum («guai a chi toglie l’ergastolo») intimidisce un po’ i relatori del panel sulla giustizia.

Cartabia non fa un plissé e quando prende la parola ringrazia Meloni e annuncia che domattina (stamani) alle 8 presenterà ai gruppi parlamentari la riforma del Csm. «Ho ascoltato tutti, nessuno mi ha detto veramente cosa voleva, tutti hanno detto cosa non volevano. Suggerisco di non dare retta alle anticipazioni uscite sui giornali perché sono sbagliate». Il merito della tanto attesa riforma sarà spiegato stamani come è giusto che sia ai parlamentari. Parla di sovraffollamento nelle carceri («va aggredito su più fronti»), di accordi (in Albania) per far scontare la pena ai detenuti nel loro paese. Del male oscuro della magistratura. E avverte: «Con le riforme stiamo cercando di porre le condizioni del cambiamento richiesto e necessario, ma non pensiamo che attraverso il cambiamento delle impalcature e delle regole avremo di per sé il cambiamento che andiamo cercando perché questo attinge a risorse che non sono di per sé legali e giuridiche. È ovvio che i sistemi elettorali possono incidere, ma l’abbiamo visto sul campo politico: non è lì che cambi gli attori che poi giocano la partita». Come ha più volte detto il presidente Mattarella «la magistratura deve trovare in se stessa le energie per un rinnovamento morale e affrontare la crisi di credibilità che oggi la indebolisce».

Ascolti la ministra, osservi la platea che più volte la applaude (per Chico Forti e Patrick Zaki, ad esempio) e all’improvviso capisci che oggi, qui, non è tanto e solo il dossier giustizia quello che conta. Se la festa politica di Fratelli d’Italia, anche per la scelta dei tempi (non a settembre, come da tradizione ma sotto Natale) è stata pensata per essere “la camera di compensazione” in vista delle urne presidenziali, è legittimo pensare che Marta Cartabia sia qui anche per sondare i “suoi” possibili Grandi Elettori. Certo, si dirà, Fratelli d’Italia è il gruppo parlamentare più piccolo, non può fare la differenza. Ma proprio nell’ottica del Presidente di tutti e del largo consenso, questi voti valgono triplo. Far sedere Giorgia Meloni al tavolo del Presidente è la mossa già giusta. Anche se la più sottovalutata. E non c’è dubbio che Marta Cartabia sia colei a cui Sergio Mattarella passerebbe più volentieri lo scomodo e affascinante testimone. «Se avessi voluto stare nella mia comfort zone non sarei andata in via Arenula» scherza la ministra. Così per dire che quel ministero è uno dei più complessi. Che più possono fare le ossa in vista di altri incarichi.

Così Atreju è stata pensata per essere “la camera di compensazione” che potrebbe decidere il nuovo capo dello Stato. E non è un caso se da questo grande tendone stretto tra una magnifica pista di pattinaggio e il villaggio del “Natale dei conservatori” stiano passando tutti. Da lunedì scorso a domenica prossima in piazza Risorgimento sono passati e passeranno ministri come Di Maio, Giorgetti, Cingolani. Leader politici come Berlusconi, Conte, Letta, Renzi, Salvini. Protagonisti del mondo dell’impresa come Carlo Bonomi, numero uno di Confindustria e Claudio Descalzi, numero uno di Eni. E della società civile come Sabino Cassese. Chi l’avrebbe mai detto che Atreju, il protagonista della “Storia infinita” dal 1998 simbolo dei giovani di Fratelli d’Italia, sarebbe diventato dopo anni the place to be, il luogo dove andare e dove stare per decidere e contare. Lasciando perdere, dopo anni, paccottiglie sovraniste, antieuropeiste, becere e ospiti imbarazzanti. Un problema in più per Salvini. Un passaggio importante nella costruzione della leadership di Giorgia Meloni.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.