Immaginate il Dap, cioè quell’articolazione del ministero della Giustizia che si occupa di carcere e di tutto ciò che gli ruota attorno, come una grande azienda. Gli uffici ministeriali romani sarebbero la sede centrale, gli undici provveditorati regionali sarebbero le filiali sul territorio e i duecento istituti di pena del Paese sarebbero gli stabilimenti. Avrebbe una forza lavoro composta da circa sessantamila persone, i detenuti. «Potrebbe essere la più grande azienda d’Italia – suggerisce l’avvocato Riccardo Polidoro, responsabile dell’Osservatorio carcere dell’Unione Camere penale italiane – Ci vuole un manager che possa mettere al servizio delle città, e non solo dei detenuti, le persone che vogliono lavorare. Continuamente – aggiunge – si sente parlare solo di mancanza di risorse, ma perché non si fanno lavorare i detenuti a questo punto? Perché i laboratori delle carceri non possono prendere commesse esterne? L’amministrazione penitenziaria riuscirebbe a mantenersi da sola».

Ma il manager chiamato a gestire questa grande azienda dovrebbe essere una persona con competenze e sensibilità varie e vaste, sensibile anche e soprattutto allo scopo rieducativo che la pena deve avere, e non perché lo dicono i garantisti ma perché lo dice la Costituzione. E quindi viene da dire che la vera rivoluzione da operare non dev’essere solo quella culturale, mirata all’opinione pubblica. Ci vorrebbe anche una rivoluzione all’interno del Dap. A partire dalla scelta dei capi. «Dei 14 capi che si sono alternati alla guida del Dap, 12 provenivano dalla Procura e la maggior parte dalla Dda. Questo – sottolinea l’avvocato Polidoro – per dire che la politica pensa solo alla sicurezza, non pensa all’articolo 27 della Costituzione e ritiene che l’unica cosa importante sia la sicurezza, anche per la verità un falso concetto di sicurezza. La soluzione che prospettiamo, quindi, è che l’indirizzo debba cambiare».

Il Dap, dunque, non dovrebbe più essere appannaggio della sola magistratura. Un tema, questo, che è stato tra gli argomenti al centro di una lunga giornata di tavole rotonde che si sono svolte ieri, organizzate dal garante campano Samuele Ciambriello, d’intesa con la Conferenza nazionale dei garanti territoriali. “Scegliere la libertà? Carcere, misure alternative e magistratura di Sorveglianza” è stata la traccia attorno alle quale si sono confrontati garanti, docenti universitari, giuristi, magistrati di Sorveglianza, penalisti. Per il professor Giovanni Fiandaca, giurista e docente universitario, è necessario riformare il sistema penitenziario collocando ai suoi vertici «personalità votate alla prospettiva rieducativa». «Un’esigenza che da tempo immemorabile condivido – aggiunge – Da decenni a capo del Dap non si scelgono soggetti votati alla prospettiva rieducativa».

Ma poi cosa si intende davvero per rieducazione all’interno del sistema penitenziario? L’argomento è più complesso di quel che appare. Le riflessioni fluttuano tra il dovere amministrativo-politico e il diritto sociale. Il concetto di rieducazione è un campo vasto, in cui le pronunce della magistratura di Sorveglianza spaziano dal ravvedimento maturo alle implicazioni moralistiche, da valutazioni sul carattere pentitistico o perdonistico a considerazioni su eventuali atti di riparazione del danno. «Occorrerebbe invece individuare delle linee comuni», sottolinea Fiandaca puntando l’accento anche sulle misure alternative: «Più che come misure di decarcerizzazione andrebbero viste come misure rieducative». In tutto questo discorso un ruolo centrale lo ricopre la magistratura di Sorveglianza, un settore della magistratura su cui, secondo Maria Antonia Vertaldi, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma, andrebbero concentrate più risorse e di cui andrebbero meglio definiti i compiti e i ruoli. «Siamo figli di un dio minore, ultimi perchè ci occupiamo degli ultimi – afferma intervenendo alla tavola rotonda a Napoli -, lontano da passerelle, da persone che vogliono arrivare e fanno processi mediatici e portano avanti idee per le quali la politica deve essere securitaria e non la politica del rilancio e della tutela del diritto del detenuto».

La pandemia non ha fatto altro che acuire cronici problemi. «Ci siamo dovuti confrontare con misure gattopardesche e rimaneggiate, già presenti nel nostro ordinamento, e che ad oggi non considerano affatto le difficoltà degli uffici di Sorveglianza», sottolinea il garante Ciambriello. Per Carmelo Cantone, provveditore ad interim della Campania oltre che provveditore dell’amministrazione penitenziaria di Lazio, Molise e Abruzzo, «il carcere come contenitore non ce la può fare e deve dimagrire, che piaccia o meno». «Ora – aggiunge – non c’è da pensare a grandi riforme ma qualche totem bisognerebbe abbatterlo. Bisognerebbe ragionare, in particolare, sul totem del 4 bis soprattutto in relazione ai reati di seconda fascia, perché ci sono persone con un fine pena vicino che potrebbero essere preparate alle dimissioni e invece non possono esserlo in quanto hanno questo bollino del 4 bis».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).