Gli agenti della polizia carceraria, come chiunque, hanno il diritto di difendersi e anche di essere considerati innocenti. Una retata con più di 50 misure cautelari, delle quali una decina in prigione, colpisce. È legittima? Era necessario alle indagini, quattordici mesi dopo il reato, sbattere in prigione gli indiziati? C’era rischio di fuga, di reiterazione, di inquinamento delle prove? Direi di no. Urge un referendum per riformare le norme sulla carcerazione preventiva. Finché non verrà riformata drasticamente, e cioè finché non ci si deciderà a ridurre al minimo la possibilità della magistratura di utilizzarla come strumento di indagine, continuerà questo costume dell’uso molto disinvolto della prigione da parte delle toghe. Per comodità di chi indaga. O addirittura come mezzo di pressione per far confessare o per ottenere delle delazioni.

È giusto che sia così? Ma allora perché non prevedere delle forme, magari blande di tortura? La tortura, negli Stati di diritto, fu abolita alla fine del ‘700. Oggi però mi pare che la cultura giuridica predominante (qui da noi quella a 5 stelle) ritenga che la civiltà moderna sia stata travolta dal lassismo garantista, e che sia bene tornare indietro almeno di due secoli o due secoli e mezzo. Però, allora, è bene dirlo: ergastolo, patibolo, tortura. Tutto pur di dividere i cattivi dai buoni. Chi decide la linea di confine tra cattivi e buoni? I Pm e la voce del popolo: ovvio. Sulla voce del popolo c’è una famosa e bellissima poesia di Jacopone da Todi, fine duecento, che è costruita sulla ripetizione di una parola chiave: “Crucifige”. Jacopone si opponeva a quella incitazione, ma si sa, era un tipo troppo moderno, Jacopone, e forse anche subornato dalle Camere penali.

Poi però bisogna dire subito un’altra cosa. Noi, evidentemente, non possiamo sapere se quei cinquanta poliziotti hanno picchiato o no selvaggiamente i detenuti di Santa Maria Capua Vetere. Però sappiamo con certezza che quei detenuti sono stati picchiati e torturati da un gruppo molto folto di guardie carcerarie. E questa è una cosa orrenda. È orrendo che dei maramaldi si accaniscano contro dei cittadini indifesi, per di più resi debolissimi dalla condizione di detenuti, è orrendo che il potere non sappia fare altro che utilizzare se stesso solo per affermarsi, per esprimere potenza, arroganza, punizione, umiliazione. È orrendo anche che le notizie su questo fetido episodio di aggressione e tortura non abbiano scosso neppure un po’ l’opinione pubblica e l’intellettualità, sempre pronta a indignarsi per la pensione di Formigoni. Si sa di questa aggressione in carcere da molti mesi. Noi la denunciammo per primi nei giorni immediatamente successivi ai fatti. Silenzio, finora.

Ma la causa di tutto questo, qual è? Ogni persona onesta, nel fondo del suo cuore, lo sa, anche se magari non se la sente di ammetterlo. La causa è semplicissima. Si chiama prigione. La prigione è la più spaventosa, inumana e ingiusta delle istituzioni dello Stato. La sua utilità sta solo nel soddisfare, seppure in modo vago, il desiderio di vendetta dei giusti che ritengono se stessi superiori e perciò più meritevoli degli ingiusti. E per realizzare questo suo compito di acchetamento dell’opinione pubblica, e di sottomissione al rigore giudicante e autonobilitante degli opinionisti, questa istituzione infligge l’inferno in terra a decine di migliaia di esseri umani. Es-se-ri u-ma-ni. Come noi liberi. Esattamente come noi liberi. Qualunque cosa abbiano fatto, restano esseri umani. L’essere umano è quel che è, è la sua individualità, le sue emozioni, il suo sapere, la sua anima: non è quel che ha fatto.

Le prigioni sono una delle più grandi perversioni di massa che resistono nell’epoca moderna. Il proseguimento della tortura, della peggior giustizia medioevale. Hanno una sola giustificazione: garantire la sicurezza. Non è così? Voi mi chiederete: ma se una persona ha appena ucciso qualcuno che faccio? Rispondo: arrestiamola. Con questo obiettivo: la sicurezza. Ma voi sapete quanti sono i detenuti pericolosi? Una volta un altissimo magistrato, che poi fu capo del Dap, mi disse: non più del 5 per cento. Su 50mila vuol dire duemila e cinquecento persone. Benissimo, adattiamo le attuali strutture carcerarie e realizziamo circa 25 istituti con 100 posti ciascuno. Saremo in grado di rendere molto più civili le condizioni di detenzione e potremmo utilizzare in assoluta serenità il personale carcerario, e controllarlo, e sapere sempre che cosa succede in quelle prigioni. E i magistrati potrebbero decidere con assoluta tranquillità chi non è più pericoloso e può essere liberato.

Recentemente le giudici di sorveglianza di Milano hanno concesso la libertà provvisoria a un detenuto giudicando che – colpevole o innocente che fosse – sicuramente era largamente rieducato. E dunque che non aveva più senso tenerlo in cella, perché il senso della detenzione è la rieducazione, non la vendetta. Mi inchino, stavolta, davanti alla saggezza di queste giudici. Chissà se un giorno qualcuno capirà che hanno ragione. Chissà se in Parlamento si può trovare un partito che, magari timidamente, faccia alzare in piedi il suo capogruppo per dire: onorevoli, entriamo nella civiltà del diritto: aboliamo il carcere.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.