Li abbattiamo come vitelli, dovrebbero crollare tutte le carceri italiane con loro dentro“. Sono solo alcuni dei messaggi che si scambiavano nelle chat i poliziotti penitenziari che hanno partecipato a quella che il gip ha definito “una orribile mattanza“, avvenuta il 6 aprile 2020 all’interno del reparto Nilo del carcere “Francesco Uccella” di Santa Maria Capua Vetere, con i detenuti costretti a inginocchiarsi e sfilare in un “corridoio umano” formato da agenti armati (manganelli e bastoni) in assetto antisommossa, con il volto coperto da casco e mascherina. Manganellate, calci, schiaffi e pugni, tutto rigorosamente alle spalle delle povere vittime, così da non essere riconosciuti.

Sono 52 gli agenti destinatari dell’ordinanza eseguita dai carabinieri del Comando Provinciale di Caserta e della Compagnia di Santa Maria Capua Vetere al termine delle indagini coordinate dalla procura sammaritana, guidata da Maria Antonietta Troncone, e condotte dal procuratore aggiunto Alessandro Milita. Gravissime le accuse nei confronti dei poliziotti: i pubblici ufficiali sono infatti gravemente indiziati dei delitti di concorso in molteplici torture pluriaggravate ai danni di numerosi detenuti, maltrattamenti pluriaggravati, lesioni personali pluriaggravate, falso in atto pubblico (anche per induzione) aggravato, calunnia, favoreggiamento personale, frode processuale e depistaggio.

Le chat dell’orrore

Domani chiave e piccone in mano, li abbattiamo con i vitelli. Domate il bestiame“. Si divertivano così gli agenti penitenziari alla vigilia del blitz in carcere il giorno dopo la rivolta del 5 aprile, quando dopo la positività di un detenuto che si trovava in un altro reparto, almeno 150 colleghi del reparto Nilo (che ospita 372 persone e otto sezioni), mettevano in atto barricate con tavoli, sedie e brande e taniche di olio bollente e fornelli a gas a portata di mano.

Il giorno dopo la rivolta, 6 aprile, la ‘bonifica‘ della polizia penitenziaria è durata 4 ore (dalle 15 alle 19) e ha visto all’opera ben 283 agenti che hanno “perquisito” circa 292 persone recluse nel reparto Nilo. Successivamente i poliziotti, raggianti, così commentavano l’azione di violenza appena conclusa: “Non si è salvato nessuno, abbiamo vinto, abbiamo ristabilito un po’ l’ordine e la disciplina“, ma anche “carcerati di merda, munnezza, dovrebbero crollare tutte le carceri italiane con loro dentro”.

Violenze riprese dalla videosorveglianza interna: “La vedo nera”

Nei giorni successivi, in seguito alle prime denunce sia di detenuti successivamente scarcerati che dei familiari degli stessi, la procura ha avviato una inchiesta e sono state acquisite, il 10 aprile, le immagini dell’impianto di videosorveglianza presenti all’interno della struttura penitenziaria che hanno cristallizzato di fatto le violenze commesse dagli agenti. Così i poliziotti coinvolti passano dalla gioia per aver sedato la rivolta domando i detenuti come “il bestiame” alla preoccupazione: “La vedo nera“, scriveva qualcuno, mentre altri aggiungevano “questa cosa del Nilo travolgerà tutti“, a dimostrazione, secondo la Procura, della consapevolezza delle conseguenze di quanto messo in atto nel Reparto Nilo.

“Orribile mattanza” coperta da false accuse di resistenza e lesioni

Nell’ordinanza il gip definisce l’episodio una “orribile mattanza” ai danni dei carcerati, costretti a ‘sfilare’ inginocchiati in un corridoio con ai lati numerosi poliziotti in assetto antisommossa. Alcuni sono stati denudati e 15 anche portati in isolamento con modalità de tutto irregolari e senza alcuna legittimazione. La finta perquisizione si è trasformata – sottolinea la procura sammaritana – in condotte violente, degradanti ed inumane, contrarie alla dignità e al pudore delle persone recluse.

Alcuni detenuti che, nei giorni successivi alle violenze subite, non avevano ricevuto biancheria da bagno, dotazione da bagno (carta igienica), biancheria da letto, lenzuola e cuscini. Inoltre nonostante le ecchimosi e contusioni evidenti, non sono stati visitati dai medici e, per evitare denunce ai familiari, era stato vietato loro ogni tipo di colloquio telefonico con i propri cari. 

Le violenze – secondo quanto emerso nelle indagini – sono poi state coperte con false accuse di resistenza e lesioni ai danni di 14 detenuti. Accuse presentate da diversi ufficiali e agenti della Polizia penitenziaria che hanno redatto un’informativa di reato in relazione alle violenze avvenute nel carcere sammaritano il 6 aprile 2020. Nell’informativa si rappresentava la necessità, durante la “perquisizione straordinaria“, di aver dovuto operare “un contenimento attivo” delle persone denunciate, riferendo che “durante il contenimento attivo numerosi agenti avevano dovuto ricorrere alle cure dei sanitari”. Tutto falso, secondo quanto accertato dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere. Secondo gli investigatori – che hanno raccolto le testimonianze di oltre 70 detenuti – le lesioni riportate in referti medici non sono state procurate dai detenuti, ma sono risultate conseguenza delle violenze consumate dagli stessi agenti mediante pugni, schiaffi, calci e ginocchiate ai danni dei reclusi.

Inoltre sono state costruite ad hoc fotografie (con data e orario alterato) rappresentative del ritrovamento nelle celle di un arsenale di strumenti atti ad offendere nonché di olio e liquidi bollenti, preparati all’interno di pentole e padelle, poste su fornelli per essere utilizzati ai danni degli agenti.

Detenuto morto dopo isolamento

Quasi un mese dopo la mattanza, il 4 maggio 2020, uno dei detenuti è deceduto. Come spiegato dalla procura, nel corso della conferenza stampa, si trattava di un prigioniero affetto da schizofrenia, spostato in isolamento, per gli inquirenti, senza una visita preventiva. Non avrebbe avuto i medicinali necessari e sarebbe morto dopo l’assunzione di un mix di oppiacei, sostanze procurate in circostanze ancora non chiarite. Secondo Maria Antonietta Troncone, a capo delle Procura sammaritana, ci sarebbe un collegamento fra le violenze e la morte dato che, ha spiegato, con quelle patologie non doveva essere ristretto in isolamento. Era uno dei 15 detenuti ritenuti fra i principali ‘facinorosi’ dopo la rivolta, spostati nel reparto di isolamento. Per il gip, però, si è trattato di un suicidio, con nessuna correlazione con i fatti oggetto di indagine.

Carcere Santa Maria Capua Vetere, 52 agenti indagati: 8 in carcere

Ferma restando la presunzione di innocenza degli indagati fino ad una sentenza irrevocabile di condanna, sono finiti in carcere un ispettore coordinatore del Reparto Nilo e sette assistenti-agenti della polizia penitenziaria, tutti in servizio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere; 18 i poliziotti gli arresti domiciliari (disposti nei confronti del comandante del Nucleo operativo traduzioni e piantonamenti del Centro penitenziario di Napoli Secondigliano, del comandante dirigente della Polizia penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere, della commissaria capo responsabile del Reparto Nilo, di un sostituto commissario, di tre ispettori coordinatori di sorveglianza generale e 11 agenti di polizia penitenziaria). Eseguite inoltre 3 misure cautelari dell’obbligo di dimora nel comune di residenza nei riguardi di tre ispettori di polizia penitenziaria e 23 misure della sospensione dell’esercizio del pubblico ufficio nei confronti della comandante del Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria, del nucleo regionale di Napoli, del provveditore regionale per la Campania e per 21 agenti della polizia penitenziaria, quasi tutti in servizio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.

Tra i destinatari il comandante dirigente della Polizia penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere (arresti domiciliari), 4 coordinatori Sorveglianza generale (arresti domiciliari), un ispettore coordinatore del Reparto Nilo (custodia in carcere) e il comandante del Nucleo operativo Traduzioni e piantonamenti del Centro penitenziario di Napoli Secondigliano, comandante del “Gruppo di supporto agli interventi” creato alle dipendenze del provveditore regionale per la Campania (arresti domiciliari).

Il provveditore delle carceri Antonio Fullone accusato di falso e depistaggio

Nell’inchiesta è coinvolto anche il provveditore regionale delle carceri della Campania Antonio Fullone, al quale oggi è stata notificata una misura cautelare di sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio nell’ambito dell’indagine sulle presunte violenze che si sarebbero verificate nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Fullone è accusato di falso e depistaggio. Sempre dalle chat acquisite dai cellulari degli indagati, emerge che il provveditore voleva dare “un segnale forte per riprendersi l’istituto” dopo la rivolta del giorno prima e per farlo avrebbe utilizzato, così come gli agenti penitenziari, alcuni spezzoni dei video della rivolta del giorno precedente, eliminando audio e data per giustificare le violenze avvenute il 6 aprile.

Il garante regionale: “Mele marce fuori dalla penitenziaria”

“In relazione ai gravi fatti di Santa Maria Capua Vetere, oltre alle denunce dei detenuti riguardanti casi di violenza e maltrattamenti, oltre la denuncia che ho presentato personalmente alla Procura competente, faccio presente dell’esistenza di video provenienti dalle telecamere a circuito chiuso che hanno offerto prove concrete di quanto accaduto e le chat tra agenti. Qui non si tratta di nuocere il corpo di polizia penitenziaria. Le mele marce, però, vanno individuate e messe in condizione di non screditare più il corpo cui appartengono e di non alimentare tensioni nelle carceri. Va fatta giustizia senza ma e senza se. Più volte ho manifestato apprezzamento per il lavoro svolto dagli agenti di polizia penitenziaria e non ritengo che siano venuti meno gli elementi su cui ho fondato il mio giudizio”. Lo dichiara Samuele Ciambriello, garante campano dei diritti delle persone private dalla libertà personale, commentando l’inchiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere culminata nell’esecuzione di 52 misure cautelari nei confronti di altrettanti appartenenti al Corpo di Polizia penitenziaria. Ciambriello, ricordando che “i casi di giudizio per dichiarare un uomo davvero colpevole sono ben tre”, esprime “tutta la mia solidarietà alla Magistratura: è arrivata in tempi brevi a fare luce sugli episodi effettivamente accaduti in quella giornata del 6 aprile 2020.

Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.