Calci, pugni, manganellate. L’inferno nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, descritto nelle oltre 2mila pagine di ordinanza, durò ben oltre le quattro ore dei pestaggi denunciati dai detenuti del reparto Nilo e avvenuti fra la sala della socialità e i corridoi trasformati dalle squadrate di agenti nel teatro di una «orribile mattanza», per usare le parole del gip, «uno dei più drammatici episodi di violenza di massa perpetrato ai danni dei detenuti in uno dei più importanti istituti penitenziari della Campania».

Sei aprile 2020. «Dopo il pestaggio fui portato in una cella di isolamento. Lì c’era Lamine (detenuto che morirà suicida un mese dopo, ndr), era sul letto quasi morto, aveva un rigonfiamento dietro alla nuca, un livido sul viso e vari lividi sul corpo. Ha dormito quasi continuamente per tre o quattro giorni, non ha parlato. Io sono stato con Lamine per undici giorni. La stanza era solo per una persona, dopo che sono entrato hanno portato una branda. Quella sera non  abbiamo avuto niente da mangiare. La tv è rimasta accesa tutta la notte perché non c’era il telecomando. Per tre giorni siamo rimasti chiusi lì, senza l’ora di passeggio e con il blindato chiuso. Solo quando è arrivato il magistrato di sorveglianza siamo stati assistititi». Il racconto di Alessandro Z. è tra le testimonianze dei detenuti ora agli atti dell’inchiesta. Bruno D. A. ha raccontato: «Siamo stati giorni con gli abiti sporchi di sangue, senza la possibilità di cambiare gli indumenti intimi, senza poterci lavare. Quella sera ci fu dato soltanto un antidolorifico».

«Non avevamo coperte. Ho usato la federa del materasso». Cristian D. L. ha aggiunto: «Ci hanno lasciati senza indumenti, senza coperte e con il volume del televisore tenuto al massimo, ininterrottamente, anche di notte. E senza la possibilità di una telefonata ai familiari». Un inferno, a sentire i detenuti. Una sorta di agonia durata fino al 9 aprile quando ci fu la visita in carcere del magistrato di sorveglianza. «Solo dopo quella visita ci sono stati dati indumenti e coperte», ha precisato più di un detenuto. Fakhri M. è tra coloro che ha avuto la peggio: «Condotto da solo nella sala della socialità, accerchiato da diversi agenti, costretto a inginocchiarsi davanti a loro e a trascinarsi in ginocchio mentre veniva colpito con calci e pugni e preso a manganellate sulle nocche delle dita delle mani al fine di procurargli la massima sofferenza possibile», mani che teneva sulla testa come ultimo disperato tentativo di proteggere almeno una parte del corpo dall’aggressione.

«La sera del 6 aprile non ci hanno dato nemmeno i farmaci. E per quattro giorni non ci è stata nemmeno data possibilità di cambiarci – ha ricordato il detenuto Vincenzo B., ripercorrendo i giorni in cella di isolamento assieme a un’altra vittima dei pestaggi – Siamo stati sopraffatti da un profondo stato di inquietudine tanto è vero che ci siamo alternati nel fare una sorta di turno di guardia». A dieci giorni dai fatti, quando il muro di silenzio ha cominciato a sgretolarsi e la notizia dei pestaggi aveva già messo in moto la Procura, i consulenti del pm visitarono i detenuti riscontrando su molti di loro, e ancora ben visibili, i segni delle percosse e dei traumi psicologici subiti. Per gli inquirenti, più che le parole dei detenuti sarebbero le immagini e i filmati a parlare, i video cioè estrapolati dalle telecamere di sorveglianza non senza difficoltà perché, se sarà confermata l’ipotesi di depistaggi e favoreggiamenti, ci sarebbero state manomissioni ad hoc per coprire gli autori della spedizione punitiva contro i detenuti del reparto Nilo.

«Solo dopo l’arrivo del magistrato di sorveglianza abbiamo avuto le lenzuola, un cambio e i saponi per lavarci», ha raccontato più di un detenuto. E la circostanza sembra confermata dalla relazione dello stesso magistrato di sorveglianza che, dopo la visita in carcere del 9 aprile, quindi a tre giorni dal pestaggio, annotò di aver trovato alcuni detenuti con lesioni anche gravi, con abiti strappati e in celle con brande senza lenzuola e talvolta anche senza cuscino. «Qui non si tratta di nuocere il corpo di polizia penitenziaria ma di individuare le eventuali mele marce – ha commentato il garante regionale Samuele Ciambriello dal cui esposto ha preso il via l’inchiesta penale – Invito l’opinione pubblica a non cedere alla tentazione di imbastire processi sommari prima che i fatti realmente accaduti vengano accertati. Il carcere deve rimanere uno spazio civile che accomuna tutti: operatori penitenziari, detenuti, volontari e istituzione».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).