Poggioreale scoppia, gli spazi sono invivibili e il personale è ridotto all’osso: il rischio di una tragedia è dietro l’angolo. L’istituto penitenziario ospita 2.240 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 1.571 detenuti, il che vuol dire un sovraffollamento del 145%. È per questo che il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello è tornato ad alzare la voce e a chiedere al Governo di varare un provvedimento per svuotare le carceri. Ora. Prima che sia troppo tardi. «Invito il ministro della Giustizia Marta Cartabia a considerare l’ipotesi di un mini-indulto – spiega Ciambriello – Si potrebbe pensare di mandare a casa tutto i detenuti che devono scontare l’ultimo anno di carcere, a prescindere dai reati che hanno commesso».

Bisogna farlo ora. Prima che sia troppo tardi. Solo per quanto riguarda gli ultimi sei mesi, i registri riferiscono di 152 atti di autolesionismo, un decesso per cause naturali, un suicidio, 13 tentativi di suicidio sventati in tempo dalla polizia penitenziaria e 119 colluttazioni. Senza dimenticare coloro che sono riusciti a trovare il modo di farla finita: dall’inizio del 2021, in Campania, ci sono stati otto suicidi in cella, mentre in Italia sono 36 i detenuti che si sono tolti la vita nell’ultimo anno. Ma se tutto questo non basta a far riflettere, si può dare un’occhiata alla relazione 2020 presentata dal garante regionale: nella casa circondariale di Poggioreale si sono registrati 323 atti di autolesionismo, 250 scioperi della fame e/o sete, 467 infrazioni disciplinari, 33 tentativi di suicidio, due suicidi e otto decessi per cause naturali. Credete che qualcuno si sia indignato o abbia provato compassione? Certo che no.

«Poggioreale è una polveriera a miccia corta – sottolinea il garante – anche perché, purtroppo, il populismo penale si coniuga con il populismo politico che non si è fermato nemmeno davanti al Covid». Proprio durante i primi mesi di pandemia, mentre l’Europa si adoperava per mettere in campo provvedimenti svuotacarceri e arginare così i pericoli della diffusione del virus dietro le sbarre scarcerando 158mila detenuti, il nostro Paese cosa faceva? Quasi niente: in tutta Italia, in questo anno e mezzo di emergenza sanitaria solo 3mila detenuti hanno lasciato le carceri, appena 300 dei quali in Campania. È per questo che ora che «Poggioreale è una pentola a pressione», come ha denunciato il sindacato di polizia penitenziaria Sappe, sottolineando come l’affollamento metta «a serio rischio ogni ipotesi di attività trattamentale finalizzata al recupero dei detenuti». Quindi bisogna fare qualcosa. Non solo per coloro che si trovano già in cella – ricordiamo che, al momento, a Poggioreale ci sono circa 1.700 detenuti in attesa di giudizio definitivo – ma anche per fermare gli ingressi di quanti potrebbero scontare la pena altrove con misure alternative.

«Il sovraffollamento è anche sinonimo di eccessivo ricorso alla custodia cautelare in carcere che dovrebbe costituire una scelta di extrema ratio – afferma Ciambriello – Le leggi non sono una macchina che, una volta messa in moto, procede da sé, ma sono pezzi di carta che, se lasciati cadere, non si muovono». A questo si aggiunge una burocrazia farraginosa e lenta.  «Talvolta le decisioni dei magistrati di sorveglianza arrivano in ritardo perché il lavoro da fare è tantissimo: ne mancano almeno tre o quattro a Napoli e un paio a Caserta». Di qui la proposta di Ciambriello: «Permettiamo a chi commette reati minori di non scontare la pena in carcere, ma di andare in comunità o in centri psichiatrici, se si tratta di detenuti con patologie mentali o di tossico dipendenti». Infine c’è la questione della territorialità della pena. «Nel carcere di Poggioreale, e più in generale in Campania, ci sono 625 detenuti di fuori regione di cui 62 stranieri su un totale di 6.429 detenuti – ricorda il garante – Questa prassi non solo contribuisce al sovraffollamento delle celle, ma viola il principio di territorialità della pena che è causa di ansia, angoscia, sofferenza fisica e atti di autolesionismo».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.