Il carcere di Poggioreale «è come una pentola a pressione», pronto a scoppiare. Questa volta l’allarme arriva dal Sappe, il sindacato della polizia penitenziaria. Una delegazione ha visitato il grande carcere cittadino osservando con i propri occhi le difficoltà in cui si vive e si lavora all’interno di una struttura affollata e strutturalmente vecchia come quella di Poggioreale. Di qui il grido di allarme rivolto alla ministra della Giustizia Marta Cartabia, affinché siano adottati provvedimenti urgenti per garantire vivibilità e sicurezza nei penitenziari, a partire proprio da Poggioreale.

Che il grande carcere di Napoli fosse una polveriera soprattutto a causa del sovraffollamento non è una novità: lo denunciano da anni il garante dei detenuti campani Samuele Ciambriello, quello di Napoli Pietro Ioia, gli avvocati penalisti, le associazioni come Antigone. Non è una novità, infatti, che a Poggioreale vi sia un numero di detenuti di gran lunga superiore a quello regolamentare, che vi siano carenze di personale con cui fare i conti e che da circa due anni, con la pandemia in atto, garantire percorsi di rieducazione e attività trattamentali è sempre più difficile, quasi impossibile. La direzione del carcere fa quello che può ma non basta. Urge una riforma, un intervento del Governo. «A Poggioreale ci sono 2.200 detenuti, parliamo di 100 ingressi a settimana – commenta il segretario generale del Sappe, Donato Capece – Così si mette a serio rischio la sicurezza stessa del penitenziario e ogni ipotesi di attività trattamentale finalizzata al recupero dei detenuti».

Tutto questo genera tensioni che sfociano il più delle volte in aggressioni, atti di autolesionismo, suicidi. Le statistiche non possono essere lette come un crudo elenco di nomi e fatti, denunciano una strage che si sta consumando tra il silenzio e l’indifferenza dei più. Accanto ai dati sui suicidi dei detenuti (8 dall’inizio dell’anno soltanto in Campania) e a quelli sull’autolesionismo (centinaia ogni anno) bisogna considerare, infatti, le criticità vissute dagli agenti della polizia penitenziaria, costretti a lavorare in condizioni sempre più difficili. «Nei primi sei mesi del 2021 si sono contati 152 atti di autolesionismo – spiega Capece segnalando la polveriera Poggioreale – oltre a un decesso per cause naturali, un suicidio, 13 tentativi di suicidio sventati in tempo dalla polizia penitenziaria e 119 colluttazione. Cifre allarmanti – aggiunge – ma comunque contenute con grandissimi sacrifici e grazie alla professionalità degli agenti, all’abnegazione e al senso del dovere della polizia penitenziaria, e tutto nonostante la carenza di risorse. Ci sarebbe bisogno, infatti, di più uomini per fronteggiare l’emergenza in atto».

Tuttavia, se Poggioreale è una bomba pronta a esplodere non va tanto meglio nelle altre strutture. È per questo che la denuncia del Sappe parte dal caso Poggioreale ma si estende a tutto il sistema penitenziario ormai al collasso: 5.290 atti di autolesionismo, 50 decessi tra suicidi e cause naturali, 738 tentativi di suicidio sventati dalla polizia penitenziaria, 3.823 colluttazioni, 503 ferimenti sono i numeri che descrivono la situazione. «In pratica, ogni giorno nelle carceri italiane succede qualcosa». E il rischio a cui si va incontro è quello di duplicare i fatti di Santa Maria Capua Vetere, cioè i brutali pestaggi attuati da squadre di agenti (ora indagati) ai danni dei detenuti di un intero reparto che avevano “osato” chiedere mascherine e tamponi quando, ad aprile 2020, si piombò nel pieno di una pandemia che continua a far paura a tutti. «Se gli attuali vertici non sono in grado di garantire l’incolumità fisica ai poliziotti penitenziari, devono dimettersi tutti», conclude Capece puntando l’accento sulla necessità di non rimandare soluzioni ai problemi del pianeta carcere. Ed è un’urgenza che inevitabilmente si somma a quella che riguarda la popolazione detenuta, reclusa in celle affollate, spesso in condizioni di scarsa igiene e, da quando c’è la pandemia, con possibilità di attività ridotte al minimo.

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).