Ai temi della sicurezza e della giustizia ha dedicato una parte della sua vita. Figlio di Efisio Zanda Loy (capo della polizia dal 1973 al 1975), portavoce di Francesco Cossiga al Ministero dell’Interno (1976-1978) ed alla Presidenza del Consiglio dei ministri con il primo e secondo governo Cossiga (1979-1980), il senatore Luigi Zanda, rieletto in questa legislatura a Palazzo Madama, dal marzo 2013 al marzo 2018 è stato presidente del Gruppo del Partito democratico al Senato. Con Il Riformista, Zanda affronta un tema caldo: quello della giustizia.

La riforma della giustizia. Qual è la posta in gioco?
La giustizia è uno dei cardini di quel cambiamento di cui l’Italia ha bisogno e che si è impegnata a realizzare quando Governo e Parlamento hanno approvato il Pnrr. È uno dei pilastri più delicati e credo che abbia fatto bene il Governo a iniziare subito con la riforma del processo penale. Gli emendamenti Cartabia vanno in questa direzione.

Sul Corriere della Sera, in un articolo sul braccio di ferro tra il presidente del Consiglio Mario Draghi e il suo predecessore a Palazzo Chigi, nonché leader, più o meno solido, dei 5 Stelle, Giuseppe Conte, Francesco Verderami ha scritto di “muro”, Draghi, contro un “muretto”, Conte. È un braccio di ferro vero tra un muro e un muretto?
Francamente non lo so. Mi sembra chiaro che gli emendamenti Cartabia sono il frutto di un grande lavoro di ascolto, durato molti mesi, di gruppi parlamentari e delle forze politiche. Ed hanno come obiettivo, che io credo sia stato raggiunto, la messa a sistema di numerose posizioni anche diverse del dibattito politico. La necessità è quella di raggiungere un punto di equilibrio tra due principi costituzionali fondamentali, il dovere dello Stato di punire chi ha commesso reati e la necessità di dare al processo tempi ragionevoli. Draghi ha la responsabilità del quadro complessivo delle riforme e dei tempi della loro attuazione. Quindi è solo lui che può valutare se siano possibili correzioni minime tecniche, che non allunghino i tempi e che non modifichino di una virgola il senso politico degli emendamenti Cartabia.

Secondo il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, e con lui diversi procuratori oltre l’immancabile Anm, con la riforma della prescrizione della ministra Cartabia, «il 50% dei processi sarà improcedibile», per poi aggiungere: «Sarà più conveniente delinquere». È un attacco frontale…
Guardi, a me non piacciono le polemiche tra magistrati e politici nel corso del procedimento legislativo. Dico solo che la ragionevole durata del processo è un precetto costituzionale cui debbono, sottolineo debbono, attenersi sia il legislatore nello scrivere le leggi sia i magistrati nell’esercizio delle loro funzioni.

La butto giù un po’ brutalmente: il Pd teme i referendum promossi dai Radicali e se sì, perché?
Le dico la mia opinione: io credo che i referendum avranno successo. Resto dell’avviso che è sempre meglio che le riforme vengano fatte dal Parlamento, ma sulla riforma del nostro sistema giudiziario il Parlamento è in grandissimo ritardo. E le responsabilità non sono solo della politica. I referendum sono un modo molto diretto con cui i cittadini possono far sentire quali sono i loro bisogni e quali sono i loro indirizzi. Personalmente non ho ancora deciso se firmarli. Anche per una ragione di fondo: a me non piacciono tanti referendum proposti contemporaneamente. La Costituzione non vieta la presentazione di grappoli di referendum, ma l’articolo 75 nomina cinque volte il referendum e lo fa sempre al singolare. Votare tanti referendum insieme può confondere l’elettore.

Nei giorni scorsi, il presidente Draghi e la ministra Cartabia si sono recati a Santa Maria Capua a Vetere. C’è chi ha storto il naso e ha avuto da eccepire per quell’atto. Lei come la vede?
Gli emendamenti Cartabia sul processo penale non avrebbero senso se le nostre carceri non verranno trasformate da luoghi di abbrutimento a luoghi di rieducazione morale e civile. Tutti sappiamo quali sono gli interventi basici di cui hanno bisogno le nostre carceri: un’ampia depenalizzazione, un vasto ricorso a pene alternative, formazione professionale e di cultura costituzionale degli agenti di custodia, il cui organico deve essere sempre al completo, maggiori investimenti per migliorare le carceri. C’è però qualcosa in più da dire. Vi sono due parole che sono presenti nella nostra Costituzione ma che da molto tempo non vengono pronunciate, in Parlamento come se vi fosse un tabù o un veto da parte di chi vede il carcere soltanto come misura punitiva…

Quali sono queste due parole “impronunciate”?
Mi faccia premettere che oggi (ieri per chi legge, ndr) in Senato la ministra Cartabia ha pronunciato un discorso molto serio e di grande spessore sui fatti di Santa Maria Capua Vetere. In particolare, ho molto apprezzato la sua volontà di non fermarsi alla chiara condanna di singoli episodi criminali, ma andare al contesto profondo che ha favorito molti episodi di grave violenza. A partire da quelli del 2001 a Genova sino a quelle altrettanto gravi di Santa Maria Capua Vetere. Quando la ministra Cartabia ha descritto le condizioni così degradate delle carceri italiane mi ha fatto pensare all’amnistia e all’indulto. La Cartabia ha detto che il più grave problema delle carceri è il loro sovraffollamento. Come si può pensare di porre mano a qualsiasi riforma del sistema carcerario senza avere prima ridotto consistentemente il numero delle persone in carcere? Ora, all’amnistia e all’indulto vengono opposte principalmente ragioni di sicurezza pubblica. Io non sono insensibile a queste ragioni. Ho dedicato parti importanti della mia vita alla sicurezza pubblica. Dico solo questo: la messa in libertà di persone detenute per reati di lieve entità, è molto, ma molto meno pericolosa, del rischio che pochi mesi di carcere riducano una moltitudine di autori di piccoli reati a una massa di manovali nelle mani delle grandi organizzazioni criminali. Bisogna rimettere queste questioni nel dibattito politico.

A sostenere il governo Draghi è una maggioranza che definire composita è un eufemismo. Reggerà nel sostenere la riforma della giustizia delineata dalla ministra Cartabia?
Io penso di sì. E penso anche che le misure sul processo siano così importanti da non potere escludere che alla fine la maggioranza si ritrovi in un voto di fiducia.

Nel “nuovo PD” evocato da Enrico Letta sembrano moltiplicarsi le “Agorà”, ma stenta a decollare una seria, approfondita, discussione sui contenuti, e la giustizia è uno di questi. Non è un limite per il Partito Democratico?
Penso che il senso profondo delle “Agorà” di Enrico Letta, sia la ricerca dell’identità nel XXI secolo di un partito di centro sinistra europeo e legato all’Occidente. Penso che Enrico Letta con le “Agorà” abbia messo il dito nella piaga. Forse la più importante carenza della politica italiana in questa fase, è la debolezza del pensiero. Troppo poco tempo dedicato alla riflessione politica e all’analisi della fase, troppo tempo impegnato nelle tattiche quotidiane.

A proposito di identità. C’è il tema del garantismo. Non crede che in questi decenni, da Tangentopoli in poi, la magistratura, con il suo organismo sindacale, l’Anm, abbia invaso campi che non le competevano, indirizzando il corso stesso della politica?
Così come è sbagliato giudicare e condannare in blocco tutta la politica, altrettanto è un grave errore farlo con la magistratura. Ma se con la sua domanda, lei vuole conoscere la mia opinione sulle correnti all’interno della magistratura, allora rispondo che spesso le correnti hanno oltrepassato il confine che separa un’associazione di magistrati che si ritrovano insieme su ideali e principi per diventare portatrici di interessi più spiccioli.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.