Dopo l’Anm, diversi procuratori, in testa Gratteri, stanno facendo fuoco e fiamme contro la riforma Cartabia. Cioè contro il tentativo, da parte della nuova ministra, di correggere l’obbrobrio giuridico che va sotto il nome di riforma-Bonafede e che stabilisce il principio che un processo può anche essere eterno se i Pm decidono così, sebbene l’articolo 111 della Costituzione assicuri il diritto alla ragionevole durata. I Pm sostengono che in fondo anche l’eternità è ragionevole.

La riforma Bonafede aboliva la prescrizione dopo il primo grado di giudizio. La legge Cartabia ripristina un principio di legalità stabilendo che dopo il primo il grado ci sarà un appello che avrà un massimo di durata di tre anni (due per i piccoli reati) e un eventuale ricorso in Cassazione con massimo di durata di un anno e mezzo (uno per i reati piccoli). Dov’è che si scatena la furia dei Pm? Proprio qui, su questi nuovi limiti. Dicono i Pm: in questo modo si rischia di cancellare in secondo grado o in terzo grado processi importantissimi e delicatissimi come quelli per mafia o per terrorismo.

È vero? No: due volte no. Innanzitutto perché è molto improbabile che i processi per i reati più gravi superino i limiti dei tre anni, e poi dell’anno e mezzo in Cassazione, se le Corti di Appello e la Cassazione sapranno mandare avanti i processi più importanti. Quindi l’eventuale responsabilità di un fallimento non sta nella legge ma nella magistratura. Ma poi, soprattutto, c’è un’altra osservazione da fare. Cosa si intende per processi di mafia o di terrorismo? Le due parole sono molto evocative.

La mafia e i terroristi uccidono, fanno agguati, spesso stragi. Giusto? E allora è assurdo, effettivamente, rischiare che questi processi vadano in fumo dopo tre anni di lungaggini in appello, giusto? Sì giusto, ma forse i Pm – che non sempre sono preparatissimi in diritto – non sanno che i reati di omicidio con l’aggravante mafiosa o di terrorismo sono puniti con la pena edittale dell’ergastolo, e che in caso di ergastolo la prescrizione (e per analogia l’improcedibilità) non esiste. Dunque stiamo parlando di fuffa. Mafia e terrorismo non c’entrano più nulla con la prescrizione o l’improcedibilità. Qual è la vera preoccupazione dei Pm? Che sia tolta loro la possibilità di catturare degli esponenti politici importanti, magari sotto processo per traffico di influenze o abuso d’ufficio, e di tenerli sotto schiaffo per sette o dieci o quindici anni.

Questa storia della prescrizione che garantisce l’impunità a criminali incalliti e pericolosi è una balla colossale. Se Bonafede non si fosse inventato la necessità di smantellare la riforma Orlando, sperando così di poter raccogliere applausi e consensi dell’ala più plebescamente forcaiola della società, la norma della prescrizione sarebbe rimasta una norma severissima. Per piccoli reati che prevedono magari uno o due anni di prigione, al massimo, la prescrizione era comunque di almeno sette anni (che potevano aumentare in caso di sospensioni del processo). Per un reato come – per dire – corruzione, che è il reato che interessa di più i Pm, perché è quello che permette la citazione sui giornali e l’intervista in Tv, si arriva a 12 anni o anche di più; per i reati più gravi, come omicidio stradale, siamo sui vent’anni. Vedete bene che con queste scadenze parlare di impunità è veramente un segno di squilibrio mentale. Prendere un poveretto, che probabilmente è anche innocente – statisticamente vengono assolti più del 50 per cento degli indiziati – rovinargli la vita, magari farlo fallire, torturarlo per una decina o una ventina d’anni, secondo voi ha qualcosa a che fare con l’impunità?

Ma allora perché i Pm sono così infuriati con Cartabia? Credo che il motivo sia semplice. Si sono resi conto che l’armata dei 5 Stelle con annesso “Il Fatto” è in rotta. Non offre più nessuna garanzia di tenuta. Ha finito per affidarsi a Conte, che magari è anche una brava persona, ma proprio con un leader politico non ha neppure una vaga somiglianza. E allora? Allora bisogna scendere in campo direttamente. E menare fendenti. Affrontare a brutto muso la politica e le nuove tendenze liberali che sono presenti nel governo Draghi e cercare di stroncarle sul nascere. La leader di queste tendenze è evidentemente il ministro della Giustizia. La distanza di livello culturale tra lei e i 5 Stelle, (ma anche tra lei e gran parte del partito dei Pm) è del tutto evidente. La battaglia da fare per il partito dei Pm è anche simbolica.

L’ordine è: fermatela sulla battigia (o anche sul bagnasciuga, come diceva Mussolini).Altrimenti dilaga e ristabilisce tutti i principi dello Stato di diritto che, in anni di duro lavoro, l’Anm era riuscita a smantellare. La magistratura in questi anni si è sempre comportata così. Non ha lasciato alla politica il tempo e lo spazio per muoversi. È sempre intervenuta prontamente a gamba tesa ogni volta che c’è stato il rischio di un accenno di riforma. È pronta anche stavolta a ripetere lo schema. Bisogna vedere se Cartabia e Draghi faranno la figura dei loro predecessori o invece terranno la posizione.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.