Rimpiangere Fofò. Che tristezza vedere il manifesto, il quotidiano comunista che il prossimo 28 aprile compirà cinquant’anni, andare sotto braccio al Fatto quotidiano e alla magistratura militante nella difesa della casta togata e del suo diritto a schiacciare il cittadino sotto il tallone. Un piccolo quotidiano corsaro nato per la difesa dei diritti, che il primo maggio del 1971 osò scrivere “contro il lavoro”, cioè contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e che seppe difendere i diritti di “nemici” politici come Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, oggi accomunato al quotidiano nato apposta per sparare contro i diritti del soggetto processuale debole, l’indagato, il processato, il condannato. Sono gli orfani del ministro Fofò, guardasigilli del primo e del secondo governo Conte, la cui fine piange ogni giorno il piccolo Marco Travaglio, più stucchevole e noioso del solito.

Ma che è rimpianto anche dal quotidiano comunista, quello che un anno fa si beccò anche una tirata d’orecchi da Piero Sansonetti, che sconcertato, aveva scritto: «Tutto potevo aspettarmi dalla politica, tranne che un appello del manifesto per difendere il governo dai critici e dai sovversivi. E per di più il governo più forcaiolo della storia della repubblica, guidato dal partito più qualunquista della storia della repubblica». Quell’appello non fu un episodio, e il manifesto ha continuato a sostenere con convinzione il secondo governo Conte, la sua attività, i suoi ministri, Fofò compreso. Con la sola lodevole eccezione di qualche buon articolo in difesa dei diritti dei detenuti.

Diritti che però, sganciati da ciò che viene prima della detenzione, cioè il processo, rischiano di presentarsi come puro assistenzialismo in favore dei poveretti. Problema che comunque non sfiora mai la fronte pensosa del piccolo Travaglio, che si batte impavido perché si costruiscano più carceri e possibilmente perché si passi rapidamente dall’apertura delle indagini all’applicazione della pena. Che deve essere implacabile anche nei confronti di malati e moribondi, come si è visto nell’impegno del Fatto contro i giudici di sorveglianza che, nel pieno della prima fase dell’epidemia, cercavano di sfollare le carceri onde evitare che il contagio tra detenuti e agenti di polizia penitenziaria si trasformasse nella bomba atomica.

Oggi di carcere non si parla quasi più, nonostante la morte per Covid di tre agenti penitenziari. Il timore, neanche tanto sottaciuto, è che la nuova maggioranza – che paradossalmente comprende anche le maggioranze dei due governi Conte – e soprattutto la nuova ministra di giustizia Marta Cartabia, prima o poi mettano mano alle controriforme “dell’avvocato del popolo”. Il Fatto, che ne sa sempre una più del diavolo, ha già tirato la gonna alla guardasigilli, dandole della “furbina”, quasi la presidente emerita della Corte Costituzionale stesse facendo il gioco del gatto con il topo nei confronti del Movimento cinque stelle, non modificando oggi la legge “spazzacorrotti” e in particolare l’abolizione della prescrizione, per farlo in un secondo tempo, contando su un’ampia maggioranza in Parlamento. Sull’argomento si sono espressi nei giorni scorsi diversi nomi prestigiosi di ex magistrati come Giancarlo Caselli e Piercamillo Davigo, collaboratori fissi del Fatto quotidiano insieme a un altro ex collega illustre, Antonio Esposito.

La magistratura militante per ora sta abbastanza acquattata, salvo esercitarsi a sparare a palle incatenate, come fa l’ex leader di Magistratura democratica Nello Rossi, su Matteo Renzi e le sue scabrose interviste. Anche il manifesto appare in surplace. Ma è improvvisamente riapparso nei commenti, un paio di settimane fa, il fantasma del garantismo in un’intervista al professor Luigi Ferrajoli in occasione del trentesimo compleanno dell’associazione Antigone. Se il direttore Sansonetti fu stupito un anno fa di vedere Norma Rangeri che difendeva Conte e Fofò, ancor più lo sono io, che al manifesto sono stata vent’anni, per le parole di un vero garantista come Luigi Ferrajoli, che ho conosciuto bene, e che oggi vuol distinguere tra garantismo e garantismo, tra imputato e imputato, tra carcerato e carcerato.

Qualche significativa avvisaglia c’era già stata in redazione nel corso degli anni e ormai dei decenni. Garantisti con i compagni del processo 7 aprile, molto meno nei confronti degli imputati per reati di mafia, pur se espressioni del sottoproletariato del sud. Ma la precipitazione nel forcaiolismo estremo si è avverata negli anni di tangentopoli, quasi come se una furibonda necessità di lotta di classe avesse surclassato ogni utopia da Stato di diritto. Luigi Ferrajoli, chissà perché, forse per giustificare la metamorfosi spaventosa che ha subito negli anni il quotidiano comunista, sente oggi il bisogno di ripercorrere quel cammino all’indietro.

Ferrajoli ricorda «le degenerazioni indotte dall’emergenza del terrorismo e manifestatesi nelle leggi eccezionali e in taluni grandi processi di stampo inquisitorio, a cominciare dal quello del 7 aprile contro l’Autonomia operaia». E guarda con nostalgia a quando noi del manifesto (c’ero anch’io, e soprattutto io, Luigi) con uno sparuto gruppo di toghe di Magistratura democratica e qualche docente di giurisprudenza facevamo «una battaglia in difesa delle garanzie penali e processuali proprie dello Stato di diritto». Ma non ricordo che queste battaglie le facessimo solo per i nostri amici. Certamente non lo erano Mambro e Fioravanti e neanche, in un certo senso, Adriano Sofri (il manifesto e Lotta Continua non erano proprio fratelli siamesi), rispetto al quale mi sono sempre battuta perché si difendessero, prima della sua innocenza, i suoi diritti. Lui lo aveva capito benissimo, tanto che si era battuto per essere giudicato in cassazione, come era suo diritto, dalla prima sezione presieduta da Corrado Carnevale, il magistrato rispettoso delle forme e non “ammazzasentenze” di mafiosi.

È giusto e sacrosanto parlare di «legge della ragione» e di «legge del più debole», «che, se nel momento del delitto è la parte offesa, nel momento del processo è l’imputato e nel momento della pena è il condannato». È ineccepibile. Ma perché poi pare che non tutti gli imputati e i condannati siano uguali? E neanche le leggi speciali. Ferrajoli infatti sembra aver fermato l’orologio agli anni Settanta. Infatti non parla di quel che è successo in Italia dopo le stragi di mafia del 1992, nulla dice delle leggi speciali inaugurate con il decreto Scotti-Martelli e la creazione dei reati ostativi. E neanche ricorda il fatto che, nello Stato di diritto, non dovrebbero neanche esistere i reati associativi su cui si fondano i maxiprocessi e le leggi speciali. E che vogliamo dire del carcere? Non siamo più lettori di Foucault?

Poi c’è un discorso, veramente stucchevole, sul “garantismo di destra”, quello che vorrebbe solo l’impunità per Berlusconi e una serie di altri malfattori che non vanno mai in galera, perché lì ci vanno solo i poveri e i tossicodipendenti. Che le prigioni siano piene di emarginati è vero, ed è anche per questo che io vorrei abolirle del tutto, tranne che per alcune ben precise situazioni. Ma non è vero che i politici non ci vadano, e potrei citare tanti casi, da Formigoni a Verdini, e potrei ricordare i 41 suicidi prodotti da Tangentopoli, ma mi limiterò a qualche numero, che il manifesto non ha mai citato e probabilmente mai citerà, purtroppo. Quando nel 1994 fu varato il famoso decreto Biondi (Biondi-Maroni, per la precisione) del governo Berlusconi, che fu chiamato “salvaladri”, ma si limitava a ridurre i casi di custodia cautelare, questi furono i numeri: scarcerati 2750, di cui solo 43 per reati contro la pubblica amministrazione.

Gli altri erano solo i soggetti deboli che ogni giorno vengono sbattuti in galera, spesso senza prove e senza rispetto per la loro dignità. A proposito, quando il decreto fu ritirato, meno del dieci per cento fu ricondotto in carcere. Forse non era stato così indispensabile averli sbattuti dentro. Questi sono i ragionamenti che avrebbe fatto Rossana Rossanda, ma anche Valentino Parlato e Luigi Pintor. Naturalmente tutti sono liberi di scegliere i propri compagni di strada, anche il piccolo Travaglio, e anche la magistratura militante. Che però non è più quella di Misiani e Saraceni. Ma quella di Davigo, amico di Fofò come Il Fatto e il manifesto.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.