Dadone, D’Incà, Di Maio e Patuanelli tornano al governo. Le conferme arrivano al termine di un tunnel lungo e buio. Ma non ci sono solo i ministeri, in ballo. Ci sono anche i viceministri, i sottosegretari, le nomine dei nuovi direttori generali e capi di gabinetto: il M5S è diventato, involontariamente ma inesorabilmente, negli ultimi due anni, un poltronificio di grande richiamo. Dove a gestire il traffico sono le figure più aderenti agli ingranaggi della macchina istituzionale. Il transiction team che rappresenta gli interessi – anche di pianta organica – del Movimento è formato da un quadrifoglio: Luigi Di Maio, Vito Crimi, Roberto Fico e Vincenzo Spadafora. Tutti tenuti debitamente a distanza negli ultimi giorni. Tutti tenuti al buio da Mario Draghi, fino all’ultimo.

La testa bendata del Movimento procede a tentoni ed è oggi come quella del dio Giano: bifronte. Per un verso governista, proiettata alla ricerca di un nuovo equilibrio, di un nuovo patto frontista con Pd e Leu e una rendita di posizione nel cantuccio assegnato loro da Draghi; per un altro verso lealista verso Conte, con Alessandro Di Battista che sbatte la porta, non senza seguito interno. Dibba non si dimette da nulla, perché non aveva incarichi. Agli atti è un militante, anche se di grande presa sulla base. E per arginare il rischio della scissione, parola che rimbomba sulle chat interne, ieri mattina Di Maio lo ha chiamato. Telefonata cordiale, viene reso noto. Ma Di Battista non cambia idea: «È finita una bella storia d’amore», fa sapere agli ex partner all’antivigilia di San Valentino. Non è solo. Lo seguono perfino più di quelli che è lui a cercare. Barbara Lezzi, Danilo Toninelli e Nicola Morra non sono nomi di secondo piano, e sembrano pronti a seguirlo.

Riccardo Fraccaro, attento tessitore, si incarica di una ambasciata: dichiara ai quattro venti che Di Battista è una risorsa preziosa per il Movimento, che nessuno lo deve attaccare, perché è auspicabile un ripensamento. Ma la canizza è aizzata. I militanti, abituati negli anni a procedere per mitragliate, si trovano Di Battista nel mirino e non sapendo cosa altro si può fare, sparano. «Un partito leninista», si lascia sfuggire Marco Travaglio a La7. La polarizzazione dello scontro interno rischia di sfuggire di mano ai vertici. La stessa tv di Urbano Cairo diffonde un sondaggio: per il Sì a Draghi appena più della metà degli elettori M5S, mentre contrari al governo sarebbero l’8-9% in più di quanti hanno votato No sulla piattaforma Rousseau. Che comunque si schiera, con la sua proprietà: Davide Casaleggio tira fuori il suo endorsement: «Niente arroganza o altri potrebbero seguire Dibba».

Dunque dietro al capo dei ribelli si contano quindici senatori, almeno il doppio dei deputati, Casaleggio, Travaglio e dunque la brigata del Fatto Quotidiano. Una compagine vasta, roboante, ma disorganizzata. Destrutturata. Una fonte parla con Il Riformista: «Con il 40% del partito dovrebbero avere la forza di fare un gruppo, ma le uscite per ora sono centellinate». Pino Cabras, deputato No Draghi senza incertezze, suona tamburi di guerra: «Abbiamo segnali molto forti, chi ha preso posizione in questo periodo ha ricevuto tante telefonate di attivisti, intellettuali e gruppi che vogliono reagire». Al momento non c’è una componente organizzata «ma con gli strumenti tecnologici nuovi ci sono grandi possibilità di aggregazione rapida, vedi il V Day di pochi giorni fa, nel giro di 24 ore raccolte 1000 adesioni all’iniziativa on line». La rottura, o scissione che dir si voglia, precisa comunque Cabras, «è solo il piano B se non ci vengono dati spazi per cambiare il M5S».

Ma agli spazi per cambiare, l’opposizione interna al M5S crede poco. Bianca Laura Granato, ad esempio, è tra i senatori che potrebbero far mancare il loro voto: «A coloro che hanno votato Sì – accusa, commentando l’esito della consultazione on line degli iscritti al Movimento sulla fiducia al governo Draghi – va il merito di aver provocato l’esodo di persone come Alessandro Di Battista. Non è con la violenza di una votazione collettiva abilmente e sapientemente manipolata che tieni unito un gruppo. L’esodo è iniziato e purtroppo non si arresterà».

Il suo collega a palazzo Madama Mattia Crucioli di fatto annuncia l’addio promettendo fedeltà solo «al mandato elettorale. Voterò no a questo governo e continuerò ad informare, da questa mia pagina, chi ricerca un punto di vista libero ed imparziale». Grava su tutto l’ombra di un convintato di pietra, Giuseppe Conte. Il suo nome, perfino abusato fino a pochissimi giorni fa, diventa oggi scomodo per i governisti e ancora troppo ambizioso per la pattuglia dissidente. Casalino invece compare e parla, straparla. «Sono ubriaco di libertà, finalmente rappresento solo me stesso». E forse anche i futuri ex Cinque Stelle.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.