La fine del lockdown coincide con l’avvio del countdown, il conto alla rovescia del governo che ha contributo a far nascere. Matteo Renzi porge un garbato aut aut al presidente del Consiglio: serve un cambio di passo, una svolta, è necessario ascoltare il Paese e aiutarlo, altrimenti Italia viva lascia la maggioranza: non si renderà partecipe dell’agonia del paese.  La sintesi giornalistica lo definisce un ultimatum. Più correttamente si tratta di un ultimo invito a fare le cose in un certo modo, «a guardare più ai dati dell’Istat, alla carneficina occupazionale e alle crisi aziendali e meno ai sondaggi» perché il paese langue e «il populismo rassicurante è una medicina che non basta più».

Matteo Renzi si riprende la scena e parlando a Conte parla soprattutto al suo vecchio partito. «È il Pd adesso che deve fare la differenza ed è al Pd e al segretario Zingaretti ma anche a Franceschini che Renzi ieri ha voluto mandare un messaggio chiaro», commentavano ieri i senatori dem che già dieci giorni fa rivolsero parole simili al premier. «Serve una svolta, serve coraggio», aveva detto il capogruppo Marcucci. L’antipasto di quello che è successo ieri.  Se il dopo-Conte è iniziato domenica sera in seguito a quella disastrosa conferenza stampa, ieri è iniziato il conto alla rovescia. Che non è detto però che giunga per forza all’implosione della maggioranza. Di sicuro l’azione di governo deve cambiare. «Nessun ultimatum e nessuna rottura, solo proposte e questo è un segno di responsabilità», si è affrettata a correggere Maria Elena Boschi nella parte del poliziotto buono della compagnia. Dal giorno prima girava voce che Matteo Renzi avrebbe detto “cose importanti al presidente Conte”.

Il ruolo di controller dell’azione di governo è sempre stata, del resto, la cifra dell’esistenza di Italia viva, il motivo della sua nascita: per non tradire il riformismo e non cadere nell’assistenzialismo che invece è la cifra del Movimento 5 Stelle.  Le “cose importanti” sono arrivate verso la fine dell’intervento dell’ex presidente del Consiglio ieri al Senato, dopo le comunicazioni del premier sulla contestatissima Fase 2 . Il leader di Italia viva ha iniziato con toni bassi, collaborativi, quasi riconoscenti («È stato bravo presidente Conte a rassicurare gli italiani in questi due mesi e non era facile»). Poi saliti fino a quello è stato un deciso aut aut. «Glielo diciamo in faccia: siamo a un bivio. Adesso serve la politica, servono risposte agli italiani, alle imprese, a chi lavora. Se sceglierà la strada del populismo non avrà al suo fianco Italia viva».

Non ha tolto la fiducia, l’emergenza sanitaria è ancora in corso e Italia viva non farà mancare i suoi voti al decreto liquidità, ancora in conversione, e al decreto Aprile che ormai è slittato a maggio e dovrà mettere a disposizione di famiglie, lavoratori e aziende ben 55 miliardi. Ma non c’è dubbio che il sentiero della maggioranza da ieri sia diventato più stretto. E già dal 18 maggio – data indicata dal presidente del Consiglio per una verifica sulle riaperture in base ai dati del contagio – si tireranno le somme. L’ex premier si è consultato di primo mattino con i suoi, dialogando sulla chat interna. “Sentiamo cosa dice il premier ”, ha precisato Renzi. Conte ha parlato alla Camera (ore 10) tra le contestazioni delle opposizioni. Al Senato era atteso alle 14 e 30. Dopo averlo ascoltato, Renzi ha subito fatto capire che l’autodifesa del premier, l’insistenza sui soliti tasti – “siamo ancora in emergenza”, “abbiamo davanti a noi una convivenza e non una liberazione dal virus”, “misure meno restrittive sono in questo momento illegittime” riferito ai governatori che chiedono di aprire in modo differenziato a seconda del livello di contagio nei rispettivi territori – non gli è piaciuta.

A quel punto ha deciso che era arrivato il momento di dire le cose come stanno. In nome e per conto di tanti, a cominciare dalle piccole e medie imprese, che nel paese spingono per una “vera Fase 2”, responsabile ma coraggiosa. Servono “risposte” – è stato l’incipit – “in nome della libertà e della verità: gli italiani per l’emergenza sanitaria sono in uno stato che ricorda gli arresti domiciliari. Non ne usciamo con un paternalismo populista o una visione priva di politica.  Nessuno le ha chiesto di riaprire tutto, abbiamo chiesto riaperture con gradualità e proporzionalità ma serve un progetto, una visione di ripartenza per il Paese”. Per ora siamo invece all’assistenza e alla distribuzione – poco anche di quello a dir la verità – ma nulla che sostanzi una vera ripartenza.

Fin qui il merito. Ma anche il metodo non piace. Conte ha rivendicato l’uso dei contestati Dpcm, «necessari nelle fasi di emergenza, quando occorre decidere in fretta», e costituzionalmente legittimi una volta che sono autorizzati da un decreto (quello del 23 febbraio). Eppure sono contestati da tutti, costituzionalisti, parlamentari, opposizioni e persino dal Pd. Nella Fase 1 potevano funzionare. Adesso basta. «Le libertà costituzionali vengono prima di lei – ha detto Renzi – Lei non le consente, le riconosce.  Io ho negato a Salvini i pieni poteri: non l’ho fatto per darli ad altri. Neppure ai tempi del terrorismo abbiamo derogato così tanto dalla Costituzione» .

Renzi ha parlato a Conte ma anche al Pd. Il secondo partito di maggioranza si è accontentato delle aperture del premier all’ipotesi di aperture differenziate e al piano per l’infanzia. In aula i dem hanno volato basso e il segretario Zingaretti ieri sera al Tg1 ha tagliato corto «perché non è questo il tempo delle polemiche, ora dobbiamo pensare agli italiani, al lavoro e a sconfiggere il virus». La sensazione è che Renzi abbia fatto il lavoro sporco per conto anche di altri. Sicuramente per quella parte del Pd delusa da Conte e dalla sua “deriva paternalistica, populistica e grillina”. Il malessere è forte. È con questa parte che Renzi sta dialogando da settimane «per arrivare – spiegano fonti di Italia viva – se non ci sarà un cambio di passo, a un nuovo governo con un nuovo premier».

Il Piano B del dopo-Conte è però complesso. Difficile immaginare elezioni anticipate che avrebbero comunque solo due finestre: settembre e ottobre, quando però ci sarà da fare una manovra da 80 miliardi; oppure tra febbraio e giugno 2021, prima del semestre bianco quando le Camere non possono più essere sciolte. Più “facile” immaginare una cambio di maggioranza. Per cui diventano decisive le opposizioni. E lì, tra Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, ieri di nuovo compatti contro l’azione del governo Conte, che vanno cercati gli indizi di una nuova volontà politica “in nome – si dice – della salvezza dell’Italia”. Osservata speciale in questa fase è Giorgia Meloni.

Una volta di più ieri la leader di Fratelli d’Italia ha bucato più dei suoi alleati: più ricca di argomenti di Salvini; più efficace di tutti nei tempi e nelle pause dell’arte oratoria. Forte nei sondaggi (14%) che invece puniscono Salvini (26%) e nel gradimento (36%) che la mette al fianco del leader della Lega. «I suoi metodi – ha attaccato Meloni a testa bassa – non li consideriamo più tollerabili presidente Conte, l’abbiamo consentito all’inizio, le abbiamo dato una mano, ma sono passati tre mesi dalla dichiarazione dello stato di emergenza, due mesi dal primo decreto e non c’è alcuna ragione al mondo di continuare con gli stessi metodi se non perché questo governo ritiene di accrescere la sua visibilità con l’emergenza mentre il paese muore».

Meloni ha sempre negato ogni ipotesi di governo di unità nazionale. La Lega, guidata da Giorgetti e anche dalla crescente popolarità di Zaia, non farebbe fatica a convincere Salvini. Berlusconi ha ribadito che Forza Italia è responsabile. Ma solo la disperazione di un paese in ginocchio potrà spingerli a stare insieme. Per salvare l’Italia. Dopo una giornata così, l’ennesima, Conte non ha fatto una piega. «Nessun problema – ha detto – la maggioranza c’è e tutti insieme stiamo facendo politica». A palazzo Chigi lo aspetta un decreto da 55 miliardi.