Il tempo è scaduto. Se mai c’è stata una luna di miele, il miele è finito. E adesso anche il Pd, dopo Italia viva, chiede al premier-professore “una svolta”, un deciso “cambio di passo”. Totale. Nelle “forme” che diventano sostanza della democrazia quando si decide di procedere per troppo tempo con gli ormai famosi Dpcm (Decreti del Presidente del Consiglio dei ministri) che tagliano fuori dalle decisioni il Parlamento e i partiti. E nella sostanza stessa, «perché è chiaro che le misure economiche ma anche quelle per la Fase 2 finora assunte non riescono ad arrivare al territorio», ad aziende, famiglie e partite Iva.

È stato un vero e proprio processo, prima in contumacia e poi di presenza, quello che è andato in scena ieri intorno all’ora di pranzo nell’aula della Commissione Agricoltura a palazzo Madama. Qui il capogruppo del Pd Andrea Marcucci ha riunito il gruppo, una ventina presenti, una quindicina collegati da remoto. Da mesi non si vedeva una riunione di gruppo così affollata. Convocata per fare il punto sia sulla Fase 2 della ripartenza che sulle misure economiche che saranno decise domani in sede di Consiglio europeo, si è trasformata subito in uno sfogatoio di critiche e accuse “all’azione non solo di Conte ma anche del governo che deve coinvolgere maggiormente i gruppi parlamentari”.

Persino un uomo di partito vecchia maniera come Luigi Zanda ha messo insieme critiche e ultimatum. «Le misure economiche finora approvate non arrivano al territorio – ha denunciato un senatore del Sud – aziende, artigiani, professionisti sono in crisi, fuori da qui ci sono macerie e disperazione. Il nuovo decreto Aprile che è già diventato Maggio deve dare un segnale chiaro e concreto, altrimenti non ce la facciamo». Qualcuno ha evocato lo spettro di Weimar. Altri hanno chiesto “subito misure choc”, “il taglio drastico della burocrazia”, un potente piano di edilizia pubblica. Altri ancora hanno posto la questione politica e “la fine della subalternità al Movimento 5 Stelle”. Un attacco a Franceschini che del Pd è il capodelegazione al governo? «Diciamo che finora abbiano subito, adesso è arrivato il tempo di dare le carte», ha osservato un ex ministro Pd.

Il capogruppo Marcucci ha preso appunti e raccolto gli umori. Mai stati così esplicitamente critici. E quando ha preso la parola in aula dopo l’informativa del premier, non ha potuto fare altro che unire i punti e ricordare al premier che il tempo è scaduto.  Conte aveva spiegato come sarà la Fase 2, la ripartenza “a partire dal 4 maggio” ma “graduale e in sicurezza”. E ha presentato “la storica” riunione del Consiglio europeo di domani. Ha di fatto sdoganato il Mes “senza condizionalità” di cui saranno “valutati attentamente i dettagli”. E ha spiegato che però “serve altro, strumenti nuovi adatti alla situazione eccezionale che stiamo vivendo (il Recovery fund, ndr)”.

Ma non è bastato. Marcucci gli ha ricordato “il mandato ricevuto dalla maggioranza e dal paese: tutelare al meglio in Europa gli interessi del paese”. Servono “risorse fresche, consistenti, rapide e con garanzie”. Sul Mes è giusta “l’assoluta cautela” e allora, “lavori per cambiare nome al Mes e porti a casa quei soldi che dovranno avere tempi di restituzione molto lunghi e interessi molto bassi”. Sulla App che dovrà tracciare i cittadini italiani, “è chiaro che dovrà decidere il Parlamento”, neanche a discuterne. E la “famigerata” Fase 2 deve essere senza se e senza ma “l’opportunità di rinascita del sistema Paese”. Il Pd ieri ha chiesto “un governo coraggioso, di svolta, con un nuovo slancio perché siamo creativi e abbiamo l’iniziativa privata nel sangue”. In una parola, meno succube delle bizze di un Movimento 5 Stelle diviso, confuso, afono. E che ieri non ha battuto ciglio.