«Non è il momento», è la conclusione che rimbalza da destra e da sinistra, tra Camera e Senato, nei conversari più rarefatti ma sempre vivaci nel Parlamento al tempo del Covid. «Non è il momento adesso per considerare conclusa l’esperienza del Conte 2», ragiona un deputato di Italia Viva nel cortile della Camera. «Non è il momento per immaginare il dopo Conte», dice un senatore di Forza Italia. «Non è il momento ma vediamo», sorridono nelle file del Pd. «È il solito problema del Pd con il capodelegazione», tagliano corto da Leu. Cioè Dario Franceschini, al momento fermo su un’unica opzione: dopo Conte c’è solo il voto. Fratelli d’Italia non ne parla. Nella Lega hanno altri problemi visto che Salvini sembra aver perso il magic touch: nei sondaggi il Capitano è sceso tra il 26 e il 27, ben lontano dal 30% di gennaio e l’emergenza Covid ha issato sul podio Luca Zaia, il governatore che ha tirato fuori il Veneto della spirale del virus.

È successo domenica sera, dopo quei 70 minuti di conferenza stampa. Quella sera «si è rotto qualcosa e per sempre». Non è piaciuto il contenuto del Decreto, una mezza riapertura pasticciata, confusa con clamorose retromarce, dalle funzioni religiose alla definizione di “congiunti”; e non è piaciuto neppure il modo, il solito Dpcm, cioè “il decreto-del-premier-senza modifiche”. L’attacco a Conte è stato concentrico, simultaneo ma da fonti così diverse una dall’altra: il richiamo istituzionale della presidente della Consulta Cartabia; l’emendamento del professor Ceccanti (Pd) contro il suo stesso governo che infatti gli ha chiesto di ritirarlo; l’intervista di Renzi che ha definito “lesive della Costituzione” le prassi del governo.

Tre fatti distinti, separati, con un unico comun divisore: Conte ha esagerato «e per lui è iniziato il conto alla rovescia». Se poi si aggiunge l’autogol con la Cei, e lo smacco ai vescovi che chiedono di tornare alle funzioni religiose, è chiaro che la luna di miele è finita anche Oltretevere. Il punto è “non adesso” perché tutti condividono che «il Paese ha bisogno di misure urgenti per reagire alla crisi» e quindi non è possibile una crisi di governo «alla vigilia di un decreto da 55 miliardi». E “non adesso” perché non c’è un’altra maggioranza disponibile.

«È in costruzione», spiegano al Senato dove come sempre si fanno questi giochi. Gaetano Quagliariello (Idea-Forza Italia) immagina che «possa maturare l’allargamento di un’area di unità nazionale vera e che certo non si può costruire invitando qualcuno al tavolo del programma e offrendo vol au vent». Un po’ quello successo finora.
Si devono muovere dinamiche in Forza Italia, nella stessa Lega legate al dualismo Salvini-Zaia, nei 5 Stelle che però saranno gli ultimi a mollare quel professore capitato per caso. “Non adesso – dicono tutti – quando riaprirà l’Italia, e saranno dolori, allora verrà il momento”.