Governatori in rivolta, la Lega occupa il Parlamento. Sono due i cicloni a sorpresa che ieri si sono abbattuti su Palazzo Chigi. Matteo Salvini mette in moto la ruspa contro le misure di contenimento decise dal governo. I parlamentari della Lega «saranno a oltranza in Parlamento, giorno e notte, fino a che non si daranno risposte certe», tuona il leader del Carroccio in tv in una serata assai burrascosa. Ma il tempo segnava bufera già dal pomeriggio. Quando al Quirinale arriva la missiva: «Caro Presidente, così non va…», scritta al Capo dello Stato dai governatori di centrodestra. Che congelano il tavolo governo-regioni e chiedono il diritto di poter gestire “in sicurezza ma in autonomia” la Fase 2 della riapertura del paese. Il ministro Francesco Boccia non può che prenderne atto con disappunto.

La via del dialogo e dell’unità nella gestione della Fase 2 si fa ora dopo ora più complicata tra rinvii, tensioni dentro la maggioranza e anche dentro il Pd. Le opposizioni affilano le armi anche se nessuno ipotizza adesso un cambio di mano al governo. Giuseppe Conte è la migliore assicurazione sul proprio mandato. Ad una condizione: evitare ad ogni costo qualunque voto del Parlamento. «Non è il momento adesso, ne riparliamo tre un mese o due, quando l’Italia riaprirà», è la sintesi di una lunga giornata parlamentare impegnata su più votazioni: lo scostamento di bilancio per 55 miliardi; il Def; il decreto Covid-19 a sua volta veicolo di altre tensioni all’interno della maggioranza. Il governo, a sua volta, ha dovuto rinviare il decreto Aprile, ormai sarà sicuramente Maggio, perché è ancora lontano l’accordo tra Pd e 5 Stelle su come investire quei 55 nuovi miliardi di debito. E comunque sembra essere iniziato un lungo count-down il cui finale potrebbe coincidere con la fine del lockdown del Paese.

La bomba governatori scoppia nel tardo pomeriggio. La videoconferenza va avanti da ore tra richieste di chiarimenti e correzioni rispetto al testo del Dpcm “spiegato” in quella confusa conferenza stampa alla nazione e pubblicato il giorno dopo in Gazzetta. La lunga lettera porta la firma dei governatori di centrodestra, Fontana, Zaia, Cirio, Toti, Fedriga, Musumeci, Santelli, una lista di tredici governatori, la netta maggioranza del Paese. I destinatari sono il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia. La premessa è lo scenario di una crisi economica senza precedenti che pretende strumenti decisionali flessibili pur nel rispetto delle linee guida nazionali decise dal governo.

Due i concetti principali che ispirano il documento. Il primo è la richiesta di flessibilità nella Fase 2, il poter gestire aperture e chiusure in autonomia, in sicurezza e a seconda delle esigenze del proprio territorio. Sbagliato applicare le stesse regole in Lombardia e in Sardegna, territori dove l’evoluzione del contagio e le caratteristiche economiche sono diverse. Basta con i Codici Ateco. Avanti con le decisioni autonome.  Il secondo concetto guida della lettera riguarda l’uso dei Dpcm che «sfuggono alla Costituzione e al Parlamento». “L’accentramento” dell’emergenza sanitaria «è stato responsabilmente accettato dalle Regioni» nella prima fase. «Ma il protrarsi di risposte eccezionali, date rigidamente con atti del presidente del Consiglio dei ministri sprovvisti di forza di legge, genera criticità».

Il governo soffre anche per via dei rinvii continui, figli di mancati accordi all’interno della maggioranza. È stato rinviato alla prossima settimana anche il decreto Covid, quello con cui il 25 marzo il governo fu costretto, dietro la moral suasion del Quirinale, a riordinare le fonti legislative per governare l’emergenza. Anche allora il problema furono i Dpcm. Come lo sono oggi. Non solo per le opposizioni ma soprattutto per Italia viva e una larga fetta di Pd. Il professor Ceccanti, costituzionalista, deputato Pd, non uno da barricate d’aula per intendersi, ieri ha presentato un emendamento per chiedere la parlamentarizzazione dei Dpcm: si portano in aula una settimana, tempi contingentati, si discute e si risolve il problema.

Il governo, a maggioranza relativa Pd, ha bocciato anche questa richiesta di buon senso. Il ministro D’Incà ha pensato bene di chiedere a Ceccanti di ritirare l’emendamento. Il Professore, che ne fa una questione di merito e non certo di metodo, ha accettato un compromesso: il Dpcm di domenica sera sarà accolto all’interno del Decreto Covid. Da qui il rinvio di tutto. Conte non vuole crearsi la gabbia dell’aula e dei voti. Rischiosissimi. Vuole restare a mani libere. Ma i Dpcm potrebbero diventare la sua trappola.