Prima gli annunci urbi et orbi da parte della polizia penitenziaria su una rissa tra bande all’interno del carcere di Poggioreale, poi la visita dei garanti al Giuseppe Salvia, che hanno circostanziato e ridimensionato la vicenda. Per le condizioni in cui versa la casa circondariale di Poggioreale esistono due verità, ma anche una realtà incontrovertibile: si tratta dell’espressione di un sistema al collasso, che dimostra ogni giorno di aver fallito e che andrebbe cambiato e rifondato. «Siamo stati al primo piano del padiglione Milano – spiegano il garante regionale Samuele Ciambriello e quello cittadino Pietro Ioia – per farci raccontare come sono andate le cose durante l’ora d’aria dell’altro giorno».

Secondo la ricostruzione due detenuti stranieri: G.A. di 34 anni e H.A. di 23 anni, tossicodipendenti e con problemi psichici, durante il passeggio avrebbero scatenato una rissa con coltelli rudimentali, causando ferite a tre detenuti. «I detenuti incontrati al Milano, presenti in celle da otto e nove persone e ambienti socio-sanitari raccapriccianti, ci hanno raccontato che non si è trattato di una rissa tra bande criminali, quanto piuttosto di un episodio dovuto alla mancanza di ambienti di socialità, all’insofferenza per i ritardi nelle decisioni della magistratura, ai problemi connessi al Covid». Una versione che alimenta un altro spunto di riflessione, quello relativo al caso dei malati di mente negli istituti di pena. Una presenza incompatibile visto che non c’è personale sufficiente e adeguatamente formato per gestire casi del genere. Senza contare il sovraffollamento, che mette a serio rischio ogni ipotesi di attività finalizzata al recupero dei detenuti. A Poggioreale mancano agenti di polizia penitenziaria, educatori, psicologi, psichiatri, mediatori culturali e linguistici.

I detenuti immigrati che entrano per la prima volta in Istituto, vengono mandati in padiglioni con reclusi recidivi. «Dall’inizio dell’anno ci sono stati 185 atti di autolesionismo, 15 tentativi di suicidio sventati prontamente dagli agenti di Polizia penitenziaria, un suicidio e 132 colluttazioni. I sindacati di polizia dicono che Poggioreale è una pentola a pressione, noi aggiungiamo che è una polveriera con miccia corta – aggiungono i garanti – Il Governo e il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria devono intervenire, così come la politica che vive, ad oggi, un distanziamento carcerario. Non facciamo entrare nelle carceri chi deve scontare pene brevi e mandiamo a casa chi deve scontare un ultimo anno di pena». Nel carcere di Poggioreale, e più in generale in Campania, ci sono 625 detenuti di fuori regione, di cui 62 stranieri, su un totale di 6429 detenuti. Questa prassi non solo contribuisce al sovraffollamento delle celle, ma viola il principio di territorialità della pena.

Il sovraffollamento è anche sinonimo di un eccessivo ricorso alla custodia cautelare in carcere che dovrebbe costituire una scelta di extrema ratio. «Le leggi non sono una macchina che una volta messa in moto va da sé, le leggi sono pezzi di carta che se lasciamo cadere non si muovono. Talvolta ritardi nelle decisioni, anche della magistratura di Sorveglianza che risulta essere sottodimensionata a Napoli, Caserta, Salerno, sono causa di ansia, angoscia, sofferenza fisica, atti di autolesionismo e sovraffollamento. Occorrono, quindi, più misure alternative al carcere». Era il 1763 quando Cesare Beccaria, nel suo «Dei delitti e delle pene», spiegava così i centri detentivi: «Il carcere è la semplice custodia d’un cittadino finché sia giudicato reo, e questa custodia essendo essenzialmente penosa, deve durare il minor tempo possibile e dev’essere meno dura che si possa». Poco meno di 150 anni dopo, Filippo Turati in un discorso tenuto alla Camera dei Deputati nel 1904 affermò che «Le carceri italiane, nel loro complesso, sono la maggior vergogna del nostro Paese. Esse rappresentano l’esplicazione della vendetta sociale nella forma più atroce che si abbia mai avuta».

Dalla sua, anche la penitenziaria parla di diritti. «Ad accrescere il livello degli scontri – afferma il segretario generale del S.PP. Aldo Di Giacomo – è il clima di delegittimazione del personale penitenziario che ormai è fortemente diffuso dai fatti di Santa Maria Capua Vetere e alimenta la convinzione tra i capi gang di poter adesso osare sempre di più nella sfida allo Stato. Il premier Draghi si è richiamato ai principi dell’articolo 27 della Costituzione che riguardano lo strumento della detenzione (Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato) ma – aggiunge Di Giacomo – non ha fatto alcun richiamo ai diritti del personale penitenziario che è stato messo nelle condizioni di non potersi nemmeno difendere dalle aggressioni». Due verità. Una sola realtà, quella di un sistema in agonia.

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).