A volte, più delle parole, sono i numeri a descrivere meglio una realtà. I numeri sono diretti, concisi, efficaci. Indicano la somma, arrivano rapidamente al cuore di questioni su cui le parole spesso si perdono o si sprecano, sono in grado di tracciare il quadro della situazione e consentire l’analisi di possibili scenari futuri. Dagli ultimi report sullo stato delle carceri dell’associazione Antigone e del garante regionale Samuele Ciambriello, sono emersi i dati più aggiornati e ancora una volta è emerso che il carcere costa alla collettività più di qualunque altra misura alternativa con ricadute, in termini di sicurezza e recidive, che sono peggiori di ogni altra misura. Sì, è proprio così.

Basti pensare che un detenuto in carcere costa ogni giorno circa 130 euro e c’è un’elevata possibilità che torni a delinquere finendo nuovamente in cella, tanto che il tasso di recidiva per chi esce dal carcere è calcolato tra il 50 e il 75%. I soggetti sottoposti alle misure alternative, invece, costano appena un decimo dei detenuti in carcere, cioè 12 euro al giorno, e tornano a delinquere nello 0,5% dei casi secondo le stime contenute nel rapporto Antigone.
Non serve, dunque, essere matematici per capire che il carcere, oltre a essere un luogo di drammi umani e di diritti sacrificati, è anche un luogo che costa alla collettività molto e con minori ritorni in fatto di sicurezza.

Calando queste statistiche nella realtà napoletana e campana, si nota che in Campania si arrivano a spendere 820mila euro al giorno per i detenuti e il sovraffollamento incide per 26mila euro al giorno. Secondo l’ultimo report, parliamo infatti di 6.329 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 6.156 e la maggior parte sono reclusi nel carcere di Poggioreale (circa 2mila detenuti a fronte di una capienza di 1.571) e in quello di Secondigliano (circa 1.200 detenuti a fronte di una capienza di 1.037). Se invece si guardano i dati delle misure alternative, così come illustrati nel report del garante regionale Ciambriello, si calcola una spesa di circa 100mila euro al giorno. Un totale che rende le misure alternative non soltanto più convenienti secondo un semplice calcolo matematico ma anche più sicure, perché il tasso di recidiva è nettamente inferiore. Eppure continuano ad essere meno diffuse.

Nel report del garante emerge, infatti, che nell’ultimo anno sono stati 8.426 i soggetti presi in carico dall’Ufficio esecuzione penale esterna a fronte dei 9.020 del 2019. Un numero in calo nonostante la pandemia abbia imposto la necessità di ridurre il sovraffollamento nelle carceri e adottare il distanziamento come principali misure per contenere i contagi. Eppure, anche a voler seguire quel che stabilisce la Costituzione a proposito di funzione rieducativa della pena, le misure alternative dovrebbero essere il rimedio ordinario nei confronti di chi commette reati, e non quello straordinario e meno diffuso e il rimedio che dà maggiori ritorni in fatto di sicurezza. «Ricerche scientifiche – si legge nel report del garante – dimostrano, contrariamente al sentire comune, che le misure alternative abbassano fortemente il tasso di recidiva che si riscontra tra i detenuti usciti dal carcere e sono di per sé più funzionali ai fini di una vera reintegrazione sociale rispetto al carcere tradizionale».

Nel report di Antigone si avanzano proposte su come utilizzare diversamente le risorse economiche destinate al sistema penitenziario: «La proposta è di potenziare l’area penale esterna, meglio ancora i servizi sul territorio, per rafforzare il servizio di accompagnamento per gli ex detenuti perché possano proseguire o cominciare eventuali percorsi di istruzione, formazione, ricerca di un lavoro, cura delle dipendenze. Diminuirebbero la recidiva e andrebbero a incidere positivamente sul carcere che, a fronte di un’utenza numericamente minore, avrebbe più risorse a disposizione per concentrarsi sui detenuti che avendo compiuto reati più gravi hanno bisogno di più sostegno per reintegrarsi all’interno della società».