«Certezza della pena non è certezza del carcere». Bisogna risalire ai tempi di Filippo Mancuso, quello che fu sfiduciato dal Pds perché troppo garantista, per sentire un (anzi una) guardasigilli che non vuole costruire nuove prigioni ma anzi vorrebbe abbattere quelle esistenti. Qualche ceffone e tante carezze. La ministra Marta Cartabia ha presentato il suo programma alla Commissione giustizia della Camera.

Un colpetto pare diretto su una guancia del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, e riguarda «la necessità che l’avvio delle indagini sia sempre condotto con il dovuto riserbo», per «la tutela della presunzione di non colpevolezza, uno dei cardini del dettato costituzionale». Se mettiamo insieme (in modo arbitrario) questo concetto con la proposta della guardasigilli di rafforzare all’interno del ministero l’ufficio dell’ispettorato, si può far ben sperare che, quanto meno da parte del ministro, ci sarà attenzione nei confronti di quei pm che depositano le carte processuali in edicola e delle conferenze stampa dopo ogni apertura di indagini e blitz delle forze dell’ordine.

La casta dei magistrati in generale porta a casa qualche livido, dopo l’audizione di ieri, con quell’accento continuo che la ministra pone sul tema della formazione. Come se avesse detto che non basta aver vinto un concorso per indossare la toga, e soprattutto che non basta la raccomandazione di Palamara per accedere a un ufficio direttivo. Come hanno fatto carriera per esempio tanti che oggi sono procuratori capo? In teoria avrebbero dovuto avere già fatto un’esperienza dirigendo una procura più piccola. Nella realtà non è così, e Cartabia tira le orecchie a qualcuno: fatevi prima formare, poi andate a farvi le ossa per quattro anni in un centro piccolo, e solo in seguito andrete a Milano o a Roma. Chi deve intendere, intenda. Lo stesso per il Csm, dopo le «vicende non commendevoli» esplose con la storia di Luca Palamara, che ovviamente lei non cita per nome e cognome, ma il nome è lì, nell’aria. Nessuna legge cambierà mai le teste e le culture, dice la ministra. Ma intanto sta esaminando tutte le proposte di riforma sulla composizione e sul sistema elettorale del Consiglio Superiore, e butta lì una piccola bomba: ogni due anni mandare a casa metà Csm. Si attendono commenti.

Certo, è impossibile poter piacere ai due estremi in tema di giustizia, cioè a Forza Italia e al Movimento cinque stelle, passando per tutti gli altri partiti che formano la maggioranza di questo governo, però alcuni punti sono fermi nella testa del ministro Cartabia, e sono prima di tutto gli articoli 111 e 27 della Costituzione. Cioè due pilastri della convivenza civile. Ogni cittadino ha diritto a un processo equo e veloce. Chiunque abbia rotto il patto della convivenza, va aiutato a ricucire, anche insieme alle vittime, con l’aiuto di un soggetto terzo. E questo è il piatto forte della giornata. Se dire che certezza della pena non è necessariamente certezza del carcere, non significa abolizione delle prigioni, che cosa è? Qualcosa che ci va molto vicino.

Del resto Cartabia non sarebbe l’unico ministro a pensarla così. Ricordo ancora la presentazione, nella stessa aula della commissione giustizia della Camera, molti anni fa, del ministro Mancuso, che era stato scelto dal capo dello Stato Oscar Maria Scalfaro e la pensava in modo opposto al suo. Lo aveva detto chiaramente, senza foglietti in mano e parlando a braccio che il carcere dovrebbe essere uno strumento eccezionale. Che lui avrebbe proprio voluto trovare il modo di abolirlo. La neo-ministra si è anche detta molto favorevole all’ampliamento dell’istituto della sospensione della pena, cioè proprio quella disposta un anno fa dalle tante ordinanze dei giudici di sorveglianza, mentre la canea urlava contro “i boss scarcerati”.

Giustizia riparativa, è la sua parola d’ordine, che è l’opposto della carcerazione a tutti i costi. Guardare a tutti gli abitanti delle prigioni, detenuti, agenti e personale amministrativo, pensando prima di tutto alla loro qualità di vita. Ma soprattutto dare prospettive, alternative alle manette, riportare nella comunità chi ne sia uscito, impedire che strappi di nuovo, nell’interesse di tutti. Se qualcuno aspettava che la ministra “dimenticasse” il tema che più di tutti fa venire l’orticaria agli avvocati (e non solo a loro) e cioè la prescrizione, non ha capito quanto sia di fibra forte la spina dorsale di Marta Cartabia. Non si è sottratta.

Il suo discorso non ha suggellato la continuità, anzi, una cambiamento ci sarà, impossibile restare fermi alla contro-riforma Bonafede. Dall’elenco di possibilità sciorinate, si capisce che una riflessione seria è in corso. E che il suo gruppo costituto al ministero ci sta già lavorando. Il rigore e l’impegno mostrato in questa relazione, indicano che il cammino di una morbida rivoluzione è già avviato.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.